Apartheid, Rai Uno, 1984

 

 

Testi

In questa sezione sono raccolti alcuni testi pubblicati da Massimo Ghirelli.

 

Il giorno in cui gli immigrati lasciarono l'Italia (1999)

Epidemia di pregiudizi (1999)

Durban: il razzismo della Conferenza (2002)

Una tela a colori  (2002)

Immaginate...(2002)

Analizzare l’immagine del sud: “L’uomo Del Monte” (2003)

I muri dentro (2008)

Cooperazione, una chiave per la politica internazionale (2012)

 

Il giorno in cui gli immigrati lasciarono l'Italia (1999)

                                                                                                                                                                                                Solo il 9,3 per cento degli italiani affermano che
                                                                                                                                                                                                 gli immigrati portano prevalentemente vantaggi.                                                                                                                                                                                                                          (Sondaggio Doxa, ottobre 1999)  


Gregorio S., svegliandosi una mattina da sogni agitati, si domandò la causa dello strano silenzio che regnava in casa. Di solito, lo stridulo chiacchiericcio tra la figlia Deborah e Bogena, la domestica polacca che le preparava la colazione, e soprattutto i lamenti del piccolo Alberto, che non voleva assolutamente alzarsi dal letto e andare all’asilo, gli rendevano difficile assaporare i pochi, piacevolissimi minuti che precedevano la faticosa decisione di sollevarsi, guardare l’orologio e cominciare finalmente la giornata.
Allungò la mano verso il cuscino della moglie, ma finì per ficcarle un dito nell’orecchio, facendola sobbalzare: anche lei dormiva ancora. Eppure l’orologio parlava chiaro: erano quasi le otto! “Cosa è successo? Non ho sentito i bambini…” La moglie era già in piedi, aveva spalancato la finestra, ed era corsa a vedere nella stanza dei ragazzi. “Bambini, è tardissimo, cosa fate ancora a letto? Dov’è finita Bogena?”. “Non ne ho idea, mamma, si sarà rotta la sveglia! …E io oggi devo fare pure il compito in classe!”: Deborah era già volata nel bagno, anticipando il padre. Scosso il piccolo Alberto che s’era voltato dall’altra parte e aveva nascosto la testa sotto il cuscino, la signora Franca corse alla camera della polacca: vuota, il letto intatto; in cucina, tutto spento, le tapparelle abbassate, il caffè ancora da accendere. La ragazza si era volatilizzata, sembrava non avesse nemmeno dormito a casa. “Dove diavolo è finita? E adesso chi li accompagna i ragazzi? Gregorio!!”. Il marito era finalmente riuscito a guadagnare il bagno: “Non ce la faccio proprio, cara, ho un appuntamento al cantiere…“. “Ho capito, ho capito, vado io…” “E il nonno?” “Tanto Felipe ha le chiavi…”.

Dieci minuti dopo, la signora Franca era già in macchina con i bambini. Ci voleva meno di un quarto d’ora fino alla scuola, e quella mattina il traffico era stranamente ridotto. Non però davanti all’istituto, dove le automobili sostavano a decine, in seconda e addirittura in terza fila: i bambini tutti fuori, i genitori raccolti in capannelli a discutere, le insegnanti piazzate davanti ai cancelli a sbarrare l’entrata. “Ma cosa succede?” “ La scuola è chiusa. Pare che il Provveditorato abbia soppresso alcune sezioni, per mancanza di bambini” “Come, a metà anno?”. Sembrava che tutti gli alunni di provenienza straniera, che nelle elementari erano quasi il 40 per cento dei bambini dell’istituto, fossero spariti, e con loro le loro famiglie. Senza studenti, metà delle classi rimanevano sotto il numero minimo: e gli insegnanti rischiavano di perdere il posto, e andare a spasso…

Affidati i bambini alla mamma di un compagno di scuola, che si era offerti di tenerli a casa per la mattinata, la signora Franca telefonò a casa, per accertarsi che Felipe, il filippino che accudiva il nonno, fosse arrivato. Il nonno – che era un po’ svanito, ma al mattino di solito sembrava quasi normale - era agitatissimo: “No che non è arrivato! E adesso chi mi accompagna a prendere la pensione? Oggi è l’ultimo giorno!”. “Non ti preoccupare, papà, ci penso io; avverto l’ufficio e vengo a prenderti a casa”. Al telefono del lavoro rispose direttamente il capoufficio, che era già furioso perché mancavano la metà delle segretarie (“Con la scusa dei bambini, dice che non trovano più le baby sitter”). Insomma, la polacca, il filippino, i ragazzini della scuola: praticamente gli extracomunitari erano spariti dappertutto. La signora Franca era sbalordita, e cominciava a innervosirsi. Forse dopo la posta, pensò bene, era il caso di fare un po’ di spesa: se Bogena non fosse tornata prima di pranzo…

Il nonno sembrava aver già perso la lucidità del mattino: lo trovò seduto in ingresso, senza il calzino sinistro, la camicia abbottonata tutta storta, la barba non fatta. “Come faccio senza Felipe? Ma tu sai dov’è andato?” “E’ sparito, sono spariti tutti!”. Un’ora dopo erano alla posta, ma anche lì li aspettava una brutta sorpresa: un gruppo di anziani aveva improvvisato una specie di sit-in davanti agli sportelli, e qualcuno più arzillo saltellava ansimando: “Chi non salta pensionato è, è!”. Era successo che l’Inps aveva trattenuto cautelativamente tutte le pensioni del mese; avevano calcolato le mancate contribuzioni dei lavoratori immigrati scomparsi nel nulla e avevano deciso di sospendere i versamenti fino a data da destinarsi…
Non c’era niente da fare, ogni protesta fu inutile. Il nonno aveva perso completamente la bussola: la signora Franca lo mise in macchina quasi di peso, mentre invocava flebilmente il suo fedele filippino: “Felipe…”. Attraversarono rapidamente il centro, e parcheggiarono l’auto a pochi metri dal mercatino di quartiere. “Resta qui, papà, faccio in un attimo”. Ma anche il mercato era chiuso. Spariti gli stagionali africani e albanesi, dalle bancarelle erano scomparsi anche i pomodori, le carote, i piselli, le barbabietole. Dileguatisi i raccoglitori latino-americani e maghrebini, erano rimaste sugli alberi tutte le mele del Trentino e le annurche napoletane; e nessuno aveva tagliato e raccolto l’insalatina della Val Trebbia, quella che piaceva tanto al piccolo Alberto. E anche il supermercato, su in piazza, era sbarrato, per l’improvvisa mancanza dei commessi senegalesi, delle donne delle pulizie capoverdiane, dei facchini macedoni.

Non restava che tornare a casa; anche perché il nonno dava ormai i numeri, e più tardi bisognava anche recuperare i bambini parcheggiati dai loro amichetti. E l’ufficio della signora Franca?

Di fronte al portone, più che seduto, accasciato sul gradino del marciapiede, in un bagno di sudore, il signor Gregorio li accolse con una smorfia che voleva imitare un malinconico sorriso: “Bella giornata, eh?”. Era tornato prima dal lavoro, perché al cantiere, dove era arrivato tardi per l’appuntamento, non c’erano più gli operai: tutti gli edili marocchini, le maestranze jugoslave e anche i due contabili pakistani, erano assenti ingiustificati. Perfino il vigilante, un ragazzone rumeno che entrava a malapena nella divisa, si era involato. Il cantiere era fermo, e i costruttori, i fratelli Caltabidone, stavano perdendo un milione per ogni ora di lavoro mancato…
E non era bastato: sulla via del ritorno, il signor Gregorio aveva cercato inutilmente una stazione di servizio aperta, perché i benzinai della zona, quasi tutti extracomunitari, erano svaniti come tutti gli altri; quindi la macchina era rimasta senza benzina, e il nostro amico si era dovuto fare qualcosa come dieci chilometri a piedi, con la borsa sotto il braccio, arrivando a casa praticamente distrutto.
Dalla guardiola, intanto, era uscita in lacrime la moglie del portiere: il marito, un diligentissimo signore peruviano, con cui era sposata da oltre 12 anni, s’era dissolto nel nulla dalla sera alla mattina. “Non sarà scappato con la vostra polacca, quella madonnina infilzata?”. “Non toccatemi la mia Bogena, che è un tesoro, una ragazza preziosa…!”. Il marito bloccò la signora Franca prima che investisse la povera portiera come un Tir impazzito: “Macché scappato, si sono eclissati tutti, tutti gli immigrati, è come un’epidemia”.

Lasciato il nonno dalla portiera piangente, Gregorio S. cercò di consolare la moglie, stringendola a sé: “Sai che facciamo? Andiamo a mangiare un boccone qui vicino, da Righetto, alla pizzeria…”. La signora Franca non aveva affatto voglia di coccole: “Non mi porti mai fuori a cena, e proprio oggi, che sono ridotta come una zingara…”. Però la fame cominciava a farsi sentire anche per lei: così andarono alla pizzeria. Ma da Righetto era rimasto solo Enrico, il proprietario: pizzettaro e aiutante, entrambi egiziani, non si erano presentati al lavoro, e il forno era rimasto spento. Provarono alla trattoria all’angolo: ma aveva chiuso per mancanza di camerieri ai tavoli. E naturalmente, manco a dirlo, il ristorantino cinese, due isolati più avanti, quello famoso per la zuppa di pinne di pescecane, non aveva nemmeno aperto…

I cinesi, quella mattina, erano evaporati, proprio come ravioli al vapore, anche dal circondario di Prato. All’alba, tutta la provincia, e in particolare San Donnino, un sobborgo di Campi Bisenzio, si era svegliata in un insolito silenzio: oltre duemila telai avevano inopinatamente smesso di sferragliare – come facevano, giorno e notte, ventiquattrore su ventiquattro, trecentosessantacinque giorni all’anno – in altrettante piccole aziende gestite dagli oltre 15mila immigrati cinesi della zona; infaticabili produttori di maglie, borse, cinture e pellami di tutti i generi, e fornitori di migliaia di grossisti e negozi in tutta la regione. Nei capannoni, insieme officine e abitazioni, soffocati dall’odore aspro del cuoio, le macchine da cucire, le vecchie Singer cromate o i nuovi modelli, luccicavano sinistramente. Anche lì le scuole si erano svuotate, gli alimentari avevano buttato quintali di riso, i bar avevano perso i loro clienti, e avevano chiuso

tutti i locali del karaoke, dove i pronipoti di Mao, con con la ‘elle’ moscia e uno spiccato accento pratese, imitavano Albano e Orietta Berti: “Finché la balca va, lascela andale…”.

A Batisolo della Morra, nelle Langhe, sulle colline che furono di Pavese e di Beppe Fenoglio, l’enologo Sergio G. si aggirava smarrito lungo i filari del Barolo e del Barbaresco. Toccava disperato gli acini che stavano già perdendo la loro consistenza e il loro colore dorato, tirava via le sottili, ma tenaci ragnatele che già avvolgevano alcune foglie, raccoglieva, a terra, i

grappoli rovinati dagli uccelli. Gli addetti stagionali alla vendemmia, due su tre di origine extracomunitaria, avevano lasciato le vigne e abbandonato ai piedi delle piante i loro taglierini;

diverse centinaia di immigrati, somali e senegalesi, per lo più, che da anni si erano specializzati nel settore, e tornavano stagione dopo stagione a sfidare il freddo delle valli, s’erano persi nella nebbia del mattino: “Erano musulmani – e l’enologo si strappava i capelli come tralci ritorti – il vino non lo bevevano, ma sapevano lavorarlo come pochi!”.

A Mazara del Vallo, nel Trapanese, gli abitanti erano scesi tutti giù al porto, le donne col velo nero, le ragazze coi capelli al vento, in piedi sul molo come le comparse de “La terra trema”: nove pescherecci su dieci non erano potuti uscire per mancanza di uomini. S’erano eclissati non soltanto i pescatori, ma tutti i residenti tunisini di quella che fino al mattino era la città più ‘araba’ d’Europa. Nella ‘casbah’, il quartiere della città vecchia abitato prevalentemente dagli immigrati, non si sentivano più i passi veloci dei bambini, giù dalle scale della scuola araba,

né il canto lamentoso del muezzin, con il suo lieve accento siciliano. Nella sede della “Likà”, l’associazione mista italo-tunisina, che organizzava feste e scambi interculturali, alcuni vecchi sindacalisti mazaresi staccavano malinconicamente i manifesti preparati per il ramadhan. Sulla banchina, le cassette del pesce erano vuote; le reti pendevano tristi dagli argani, mentre gli armatori salivano e scendevano dalle barche. come per controllare che i loro pescatori non si fossero nascosti nelle stive: “Né la bonazza né lo malutempo ci fece mai restari a terra accussì, tutti quanti simo!”.

Ma anche in altre città d’Italia l’inopinata sparizione degli immigrati aveva creato il caos più completo: nel Modenese, le fabbriche di piastrelle di ceramica erano state chiuse per

l’improvvisa mancanza degli operai africani; in provincia di Parma, la scomparsa degli indiani Sik, abilissimi nell’allevamento e nella cura delle vacche – considerato il rispetto manifestato verso questi nobili animali nella loro cultura – aveva messo in crisi non soltanto la distribuzione del latte, ma anche la lavorazione di diversi tipi di formaggio, essenziali per l’economia locale; analoga situazione a Mondragone, in Campania, dove i ghanesi impiegati nell’allevamento delle bufale avevano disertato le fattorie, e la produzione delle mozzarelle si era bloccata da un giorno all’altro.
Poco lontano, a Villa Literno e in tutto il Casertano, i rossi pomodori sammarzano marcivano sotto un sole inclemente, abbandonati dai diecimila stagionali extracomunitari liquefattisi nella notte; anche a Borgo Mezzarone, non lontano da Cerignola, nel Foggiano, i tremila lavoratori stagionali avevano lasciato nelle peste i 250 abitanti del paesino, con quintali di ottima uva

da vino ad appassire sui tralci.
Più a nord, nella periferia di Verona, si dovette sospendere la produzione in tre fabbriche del marmo, che erano state riaperte di recente e andavano avanti soltanto grazie alla presenza

degli operai specializzati, in gran parte centro-africani: in tutto il Veneto, rimasero vacanti circa 31mila posti di lavoro – posti per i quali gli imprenditori non erano mai riusciti a trovare candidati tra gli italiani.
A Reggio Emilia, per analoghe ragioni, furono spenti gli altiforni di una decina di fonderie, per la repentina fuga di tutti gli operai egiziani, che da dodici anni costituivano il nocciolo duro

del comparto. Nelle provincie di Trento e di Bolzano, i minatori stagionali macedoni – che avevano sostituito la tradizionale migrazione portoghese – avevano lasciato le miniere di granito.

A Brescia, la capitale del tondino, erano state nove le fabbriche metalmeccaniche costrette a fermare gli impianti e sospendere le forniture per l’inaspettata défaillance degli oltre 15mila lavoratori immigrati impiegati nella zona.
A Ravenna, nella cooperativa di servizi El Karama (“la dignità”), una decina di dipendenti – tutti italiani – erano rimasti fuori dalla porta della ditta, mentre al telefono squillavano invano le offerte di lavoro. Il padrone dell’azienda, Taoufik M., un giovane tunisino molto intraprendente, che aveva fondato la cooperativa diversi anni prima e aveva assunto subito il primo paio

di italiani, era scomparso come gli altri stranieri; e con lui le chiavi dell’ufficio, e ogni possibilità di lavoro per il gruppetto di giovani che stazionava sotto i portici.
A Venezia, dopo il drammatico, se pur romantico, naufragio di due sposini in viaggio di nozze, colati a picco sotto il ponte di Rialto in una gondola mal costruita, il Canal Grande era stato occupato per protesta dai Maestri artigiani gondolieri. Da anni, nelle loro botteghe si formavano quasi soltanto apprendisti extracomunitari, paradossalmente gli unici rimasti a difendere la gloriosa tradizione delle originalissime imbarcazioni della repubblica dei Dogi.
A Catania, circa 1200 ragazze mauriziane s’erano involate dalle case della città nuova: un corteo spontaneo di signore e signorine della buona borghesia locale, minacciosamente armate

di padelle antiaderenti e manici di mocio vileda, attraversò la città fino al consolato delle Isole Mauritius, reclamando il ritorno delle loro fidate collaboratrici domestiche.
In una scuola elementare dell’Abruzzo, dove erano venuti a mancare decine di scolari, i bidelli s’erano incatenati ai cancelli, per protestare contro la chiusura dell’istituto e la mancata

vendita delle pizzette durante l’intervallo. A Roma, l’Osservatore Romano uscì il pomeriggio in edizione straordinaria, con un titolo a nove colonne sulle oltre duecento parrocchie rimaste senza sacerdote per l’immotivata assenza dei preti stranieri; A Genova, la città più anziana della penisola, la Protezione civile dovette intervenire per assistere i vecchietti arterosclerotici,

che privati dei loro accompagnatori asiatici, giravano per vicoli e carrugi senza più riuscire a trovare la strada di casa. A Firenze, oltre 150 ristoranti cinesi, abbandonati, erano stati

occupati dai tifosi viola, esasperati per la scomparsa di Batituta e degli altri ‘stranieri’ della squadra.
La situazione più drammatica, forse, si dovette registrare nella provincia di Piacenza: dove il sindaco leghista di un paesino della bassa padania aveva rischiato il linciaggio da parte dei

piccoli imprenditori locali, convinti che fosse stato lui – come aveva minacciato tante volte – a far andar via tutti i lavoratori extracomunitari, rendendo impossibile ogni attività produttiva…

Quella sera il ragioniere dello Stato, Monorchio, intervistato a reti unificate, fornì un quadro dettagliato della catastrofe provocata dalla sparizione degli immigrati: 540mila lavoratori

dipendenti in meno; 20mila lavoratori autonomi scomparsi; oltre 150mila famiglie italiane abbandonate dalle 60mila collaboratrici domestiche extracomunitarie; un ‘buco’ di 166mila

avviati al lavoro in meno ogni anno; una voragine previdenziale di 2.400 miliardi di contributi mancati, con fosche previsioni per l’avvenire di oltre 9 milioni di pensionati. La ministra Turco, accanto a lui, snocciolava le cifre degli Affari sociali: 80mila banchi vuoti nelle scuole, 120mila mariti o mogli senza i rispettivi coniugi stranieri, un ulteriore calo demografico di quasi

2 punti in un paese che conta già una percentuale di anziani del 23 per cento, tra le più alte del mondo, destinata a raddoppiare in meno di cinquant’anni. In un angolo, con le occhiaie

più profonde del solito, il ministro Visco, nell’atto di annunciare un aumento delle tasse del 17 per cento, scoppiò in un pianto dirotto…

Ma Gregorio S. e sua moglie, la signora Franca, non stavano ascoltando il telegiornale: litigavano ormai da due ore, rinfacciandosi il vergognoso disordine della casa, rimproverandosi

per non aver fatto la spesa, biasimandosi l’un l’altra per aver abbandonato i bambini a casa degli amici. Protestando, lui, per la cena fredda e la camicia non stirata; e lamentandosi, lei,

perché il capoufficio l’avrebbe licenziata e lei non intendeva certo tornare a fare la casalinga e lui si illudeva se pensava di aver trovato una serva e quel rimbambito del nonno non era

certo suo padre e se lo doveva sorbire lui e…
Il signor S. quella notte fu spedito a dormire sul divano, mentre la signora Franca, ormai in preda a una crisi isterica, raddrizzava ululando tutte le stampelle di ferro della tintoria per

farne spilloni da infilzare nel cuscino del marito; e il nonno si rigirava nel letto, invocando sommessamente il suo filippino.
Alle una e mezza Gregorio S. si infilò il cappotto e prese le chiavi della macchina della moglie, deciso ad affogare la frustrazione in una bottiglia di whisky e qualche ora di trasgressione. Tornò a casa all’alba, con gli occhiali rotti e un occhio nero. Aveva scambiato una farmacista, la dottoressa Fabbretti, una vistosa mora di origini romagnole, per un viado brasiliano.

 

* Luoghi, cifre e circostanze riportate dall’autore non sono di fantasia.

I dati sono stati raccolti dall’Archivio dell’Immigrazione di Roma e dal Dossier statistico della Caritas 1999.

 

Epidemia di pregiudizi (1999)

                                                                                                      Il pregiudizio è un giudizio aprioristico formulato prima dell’esame e senza la conoscenza dei fatti. (Allport, 1956)

Messicano: “rozzo, volgare, chiassoso, ridicolo”.
Indio: “selvaggio, primitivo, cannibale”.
Non è un volantino della Lega Nord, e nemmeno un brano dello “Zibaldone” dei paracadutisti della Folgore. E’ il dizionario dei sinonimi del Word 6, il processore di testi della Microsoft,

che nella sua versione in spagnolo, come racconta Pino Cacucci in una sua corrispondenza messicana, contiene queste e altre perle lessicali. Così, mentre meticcio - per questo simpatico dizionario di fine millennio - è sinonimo di “ibrido, incrociato, bastardo”, occidentale significa invece “bianco, colto, civilizzato”. Tutto normale.

L’antropologo Lombardi Satriani dice che i pregiudizi sono soprattutto categorie per orientarsi, per facilitare la comunicazione. Umberto Melotti, studioso dei fenomeni migratori, ricorda

che, in tempi lontani, il pregiudizio aveva una funzione vitale per la sopravvivenza di fronte ai pericoli sconosciuti. Altri ancora vedono nel pregiudizio uno strumento per identificare se stessi

e il proprio gruppo rispetto agli altri. Certo, se la funzione dei pregiudizi è quella di infondere sicurezza e fornire un supporto per la costruzione della propria identità - individuale e di gruppo - nel mondo attuale il suo spazio è destinato sicuramente ad allargarsi. In una società nella quale ciascuno è - almeno in potenza - libero di costruirsi la sua identità, il pregiudizio diventa una sorta di cemento coesivo del gruppo. Il caleidoscopio di identità che caratterizza il nostro sistema sociale moltiplica quindi le occasioni di pregiudizio.
E non importa che si tratti di costruzioni effimere, identità deboli e precarie: in questo senso, sono sentite intensamente, proprio come le identità tradizionali legate al lavoro, alla chiesa, alla classe di appartenenza.
In proposito, Hans Magnus Eszenberger propone la metafora dello scompartimento ferroviario: patria momentanea quante altre mai, ma difesa con accanimento dai temporanei residenti di fronte al minaccioso arrivo di altri passeggeri, vissuti come fastidiosi invasori degli spazi di abitabilità e di comfort conquistati dai primi viaggiatori. Un meccanismo che si riproduce quasi automaticamente quando il gruppo, abituatosi ormai alla convivenza, vede arrivare nuovi invasori alla fermata successiva.

E in Italia? La nostra società, così provinciale, così poco curiosa, così ignorante di realtà culturali diverse, sembra essere particolarmente predisposta ai pregiudizi: “Con gli altri - dice Ottavia Schmidt di Frieberg, una studiosa che vive a Parigi - con gli immigrati, gli stranieri, i rappresentanti di differenti culture, abbiamo un rapporto ambivalente, una interazione che alterna curiosità e rifiuto, solidarietà e razzismo”. La stessa contraddizione che si è registrata recentemente con i profughi del Kossovo: dallo slancio di generosità della missione Arcobaleno, si trascorre senza quasi rendersene conto ai pregiudizi verso gli zingari espulsi da quella stessa guerra.
Comunque le ambivalenze e le contraddizioni non sono gli unici ostacoli alla comprensione del fenomeno: il processo di radicamento e diffusione dei pregiudizi (e degli stereotipi collettivi che ne derivano) non è sempre evidente; spesso il pregiudizio si nasconde, e allora occorre stanarlo, soprattutto lì dove è più difficile riconoscerne le tracce.
Furio Colombo, che sta preparando una “Guida alla scoperta del pregiudizio” per l’Accademie des Cultures di Parigi - per un percorso su Internet coordinato da studiosi come Jacques Le Goff e Umberto Eco - sostiene che “Il pregiudizio cova a lungo, come certe malattie. Giace coperto da sentimenti apparentemente liberali, da comportamenti ordinati e rispettosi. Resta in attesa, mentre si formano, nel profondo della cultura di un gruppo o del pensare delle persone male informate o isolate o in preda alla paura, incrostazioni di risentimento, di risposta cattiva,

di censura del comportamento degli altri, un desiderio di rivalsa e di vendetta.”

Noi questa malattia occulta abbiamo cominciato a identificarla e diagnosticarla nei mezzi di comunicazione: convinti della centralità del loro ruolo nella diffusione della epidemia di pregiudizi che sembra aver colpito il nostro paese negli ultimi anni, forse proprio in concomitanza con il recente fenomeno dell'immigrazione extracomunitaria. Una peste che trova peraltro sempre nuovi “diversi” da colpire: ai pregiudizi contro i meridionali ("non si affitta ai napoletani"), abbiamo visto aggiungersi quelli contro gli omosessuali, e poi verso i tossicodipendenti, gli handicappati, le donne, i vecchi, e adesso appunto gli stranieri. Per il medico Aldo Fari, un epidemiologo impegnato nella medicina delle migrazioni, ”Sono i mass media ad essere ammalati di peste”; e anche Luigi Ferrajoli, che ne ha scritto sul "manifesto", sottolinea il ruolo negativo dei mezzi di comunicazione di massa, che si traduce in un circolo perverso: “I media alimentano l’insicurezza, e questa produce repressione, che a sua volta giustifica l’insicurezza e l’amplifica: il diverso è percepito come un potenziale nemico". Una ricerca dell'Università di Roma ha rilevato che il

69 per cento degli stranieri si sente offeso almeno una volta a settimana dai media.

Indubbiamente le immagini hanno un posto sempre più rilevante nella formazione dei nostri atteggiamenti: e non di rado , anche quando non trasmettono messaggi esplicitamente razzisti, , si fanno veicolo di pregiudizi, di luoghi comuni, di stereotipi. Prendiamo la pubblicità, forse lo strumento di maggiore efficacia comunicativa, con la sua ossessiva presenza, la reiterazione di jingle e di slogan, l’identificazione con famosi testimonial, la sua capacità di incamerare valori e modelli. Sono queste caratteristiche a farne veicolo ideale per la diffusione degli stereotipi.

Non è che spot e manifesti determinino - se non in casi patologici - condizionamenti meccanici nel pubblico; ma contribuiscono a far accettare stili di vita e modelli di comportamento, collegando un certo prodotto a valori condivisi dalla gente. Quale strumento migliore, per far leva sullo spettatore, di quei cliché che costituiscono il punto di riferimento di ogni comunità o gruppo sociale? Ecco quindi il “buon selvaggio” di una importante marca di gelati, la Sammontana, appena protetto dall’ironia; l’omosessuale di una famosa ditta di caffè, Segafredo, disegnato con toni caricaturali; l’inevitabile arabo con harem incorporato, che torna ogni anno alla Fiera degli sposi; la gustosa fanciulla di colore della Suchard, pronta a farsi “assaggiare” come un cioccolatino dal consumatore bianco.

L’uomo Del Monte ha detto sì: e naturalmente i contadini del paese - sarà l’Indonesia, il Borneo o la mitica Polinesia? - hanno arato, seminato, irrigato, difeso le piante dal maltempo e dagli insetti: ma nella loro beata ignoranza non sanno, poverini, quando è l’ora di raccogliere. E corrono in corteo dall’uomo Del Monte - quello con l’abito bianco, con il panama coloniale, con l’aria da Indiana Jones - per farsi dire di sì. Soltanto lui, recita la voce fuori campo, “sa rubare l’anima alla frutta”. E’ solo lui, assiso su una specie di trono, a decidere; e solo la Del Monte, multinazionale americana, a guadagnare. Per gli indigeni, c’è la grande soddisfazione di averli fatti contenti: vedete come si rotolano felici nell’acqua, come corrono e saltano, come sorridono rassicuranti; anche se chi consumerà - tre bei ragazzi europei in costume e pareo firmato - non sono certo loro; chi fatturerà, non sono sicuramente loro che hanno lavorato. Il Sud del mondo, questa è l’immagine proposta, è un posto pieno di gente mite da sfruttare; brave persone, per carità, ma che senza di noi, non sanno nemmeno quando maturano gli ananassi. Un posto pieno di belle cose da consumare, che non appartengono a chi ci vive, ma a chi ha i soldi per comprarle, e il know how per commercializzarle. Nel ben ordinato mondo delle multinazionali, ognuno ha il suo ruolo, ed è felice di stare al suo posto.

Tra le immagini pubblicitarie, occupano un ruolo importante quelle relative al turismo, proposte dalle agenzie di viaggi. L'antropologa Clara Gallini ha studiato in dettaglio le illustrazioni dei depliant turistici, come esempio particolarmente pregnante di "immagine dell'Altro". Chiunque può farne prova in una qualsiasi agenzia: le illustrazioni propongono invariabilmente un'unica immagine dei locali, colti quasi sempre nell'atto di porgerci, sorridendo amabilmente, i fiori, i frutti e le bevande della loro terra: Anche in questo caso sembra proprio che gli abitanti di quei paesi - naturalmente tutti giovani e belli - non vivano se non per offrire i loro prodotti al turista occidentale. A che altro servono, d'altronde, gli indigeni, e soprattutto le sinuose e poco vestite bellezze locali, promesse d'altre offerte e di accattivanti disponibilità?

Se i depliant turistici sono il vero paradiso dei luoghi comuni, di solito conditi d'un po' di esotismo, lo stereotipo culturale trova il suo spazio anche nelle pubblicazioni meno sospette. Per esempio la "Settimana enigmistica", una delle pubblicazioni periodiche più diffuse, con un pubblico di fedeli lettori estremamente eterogeneo. Un giornale che può vantare - com'era scritto un tempo in copertina - decine di imitazioni: ma nessuna capace di concentrare in ogni numero tanti allegri pregiudizi etnici. Un mondo familiare, popolato da figure talmente consuete da esserci diventate care - come tutte le immagini che fino dall'infanzia sono venute componendo il nostro panorama fantastico. Un armamentario fatto di arabi astuti e fanatici, tedeschi mangia crauti, ebrei avidi e avari, cannibali con l'inevitabile pentolone, messicani intenti a fare la siesta sotto il sombrero: se poi ci li ripropone (in un altro notissimo spot pubblicitario) l'Estathè, unica bevanda capace di vincere la loro pigrizia e attirarli fin sulla torre di Pisa, è solo perché può dare per scontato lo stereotipo, e tutti capiscono il gioco. Così, sotto vecchi scherzi e battute, si conferma e si tramanda, di generazione in generazione, un certo immaginario razzista: figure e modi di pensare apparentemente innocui, maschere innocenti: se non si fissassero nella profondità della nostra coscienza, pronte a riaffiorare nel momento meno opportuno. Per esempio fra compagni di classe e di gioco, o nel pieno di un ingorgo stradale, in un graffito metropolitano o sullo striscione d'uno stadio di calcio. Ecco allora che la maschera scopre, dietro il sorriso, un ghigno poco rassicurante, o mostra addirittura il cipiglio dell'intolleranza, lo sguardo truce della violenza.

Ma anche l'occhio tenero dei cartoni animati non offre panorami meno stereotipati: dalle jene del "Re Leone" al mostro di "Bella e la bestia", è tutto un ventaglio di 'diversità' proposte ai giovanissimi spettatori. Il caso più famoso è quello di "Aladdin", il cartone tratto dalla favola del Genio della lampada: al suo apparire, provocò negli Stati Uniti le più vibranti proteste della comunità araba, per l'immagine decisamente negativa che ne emergeva, sin dai titoli di testa; dove si parlava di taglio delle mani e altre simpatiche usanze di quei paesi. Esagerazioni politically correct? Andate a rivedervi i primi cinque minuti del film, zeppi di ladruncoli, imbroglioni, traditori, incantatori di serpenti, cammelli, fachiri e bajadere. Un concentrato di quell'Oriente immaginario che ha per secoli falsato il nostro sguardo nei confronti della cultura araba. Manca solo il fanatico terrorista: ma a quello ci pensano James Bond o il generale di ferro interpretato da Bruce Willis nel suo ultimo film d'azione, "Assedio a New York". La produzione Disney più recente, da "Pocahontas" al "Gobbo di Notre Dame" (con l'incontro di due diversità molto consapevoli, quella del deforme campanaro e della bella zingara Esmeralda), sembra fare più attenzione a queste sbandate, anche se non rinuncia al facile cliché per catturare il consenso di grandi e piccoli spettatori.

D'altronde, il fratello maggiore dei cartoon, il fumetto, è stato un antesignano della stereotipizzazione culturale, essendo nato proprio nell'epoca della scoperta di massa delle culture d'oltremare. In particolare il fumetto d'avventura: da Topolino, spesso alle prese con indigeni da caricatura, al mitico Tin Tin, quasi sempre immerso in ambienti e vicende di sapore coloniale. E se l'Uomo mascherato azzardava un certo rispetto, sia pure venato di paternalismo, verso i pigmei della sua fantastica giungla bengalese (la confusione è dell'autore), Tarzan o i nostri Cino e Franco non si vergognavano di insultare i nativi delle foreste teatro delle loro avventure. S'è dovuto aspettare Hugo Pratt per restituire dignità ai Masai o ai predoni del deserto. Ma nelle pubblicazioni di serie B, quelle che si spingono ai limiti della pornografia, ma non rinunciano al pubblico delle avventure, è ancora possibile trovare "sporchi negri" e grassi arabi sempre in cerca di bellezze bianche per i loro improbabili harem.

La televisione, da questo punto di vista, è più prudente: non solo perché, come ricordava McLuhan, è un mezzo di comunicazione "freddo"; ma anche perché deve rivolgersi a un'audience più ampia ed eterogenea. Oltre che nella pubblicità, pregiudizi e stereotipi trovano spazio nella fiction, e soprattutto nei telefilm e nelle soap operas, specialmente quelle provenienti da paesi più ingenui, come Messico o Brasile. Ma il campo più interessante dei pregiudizi - quello più delicato, e difficile da analizzare - è senz'altro l'informazione. Qui non è tanto il messaggio l'elemento da interpretare, quanto le altre componenti del processo di comunicazione: le fonti, i canali, i destinatari, lo stesso palinsesto complessivo. Sono le scelte di impaginazione, di fascia oraria, di pubblico cui rivolgersi a contare. E sono i vizi d'origine del giornalismo dei grandi mezzi di massa - la superficialità, l'episodicità, il sensazionalismo - a determinare il carattere stereotipato di certe immagini. Come quelle che "Nonsolonero" aveva raggruppato sotto l'ironica etichetta dell' "immigrato elettronico" (i.e.): una figura senza dimensioni né spessore individuale, costretta a compiere gesti ripetitivi, abitare sempre gli stessi 'non luoghi', vivere sempre gli stessi disagi, creare sempre gli stessi problemi: l'immigrato, quasi sempre maschio e di colore preferibilmente scuro, arriva, arriva sempre, anche se magari è in Italia da vent'anni; si aggira smarrito in qualche stazione, anche se ha un lavoro e una casa come tutti; mostra il passaporto alla polizia, anche se un permesso di soggiorno e forse è già cittadino italiano; dorme sotto i ponti, o in baracche senza tetto, anche se può pagarsi un appartamento decente. Alla sera, dopo aver concluso la sua giornata mediatica su una sbiadita fotografia in cronaca, il povero i. e., steso su un pagliericcio in qualche tugurio, guarda triste in macchina, con lo sguardo rivolto allo spettatore, come per dire: "Posso aggirarmi smarrito anche domani?".


Ma è forse la stampa quella che negli ultimi tempi sta dando il peggio di sè nell'immagine che propone degli extracomunitari: quelli che potremmo definire "immigratini di piombo": di piombo perché stampati dalle rotative dei giornali; ma anche perché sono curiosamente militarizzati. Il lessico usato - e non importa quale sia il colore politico del giornale - è proprio quello militare: l'immigratino di piombo invade. Raramente arriva da solo, fa sempre parte di un esercito di immigrati, talora di un'orda, come quelle dei barbari. Recentissimo un titolo di Repubblica: L'esercito dei regolari - che probabilmente vengono ad aggredirci con i loro permessi di soggiorno spianati contro di noi. Negli anni, attraverso i titoli dei quotidiani, si compie un vero percorso di guerra: dalla caccia grossa al Carnevale di Firenze, alla saga di San Salvario, dai fuochi di Villa Literno al progrom di Stornara, nelle Puglie, o agli stupri sulla riviera romagnola; dalla rivolta di Padova alla guerra delle panchine di Treviso (se le tiravano appresso? No, era il sindaco che le voleva togliere perchè gli immigrati ci dormivano sopra). Numerosi i Bronx, come vengono definiti interi quartieri di Roma, di Milano o di Palermo. Dell'ultima estate, lo sbarco di trecento curdi in Calabria, con chiare reminiscenze risorgimentali (eran giovani e forti): ci invaderanno, si scaglioneranno uno per ogni comune calabro? Più che cronache, bollettini di guerra.

E' così che cinema e televisione, fumetti e cartoni animati, pubblicità e giornali rafforzano e diffondono quelli che a lungo andare diventano luoghi comuni, arredamenti di uno spazio mentale angusto, chiuso tra le pareti del pregiudizio, incapace di guardare fuori di sè: invadono le nostre case, ci rubano il lavoro, fanno troppi figli, portano le malattie, sono tutti analfabeti, sono tutti delinquenti. E il pregiudizio non alligna soltanto nell'uomo della strada (o nel suo omologo mediatico, la casalinga di Voghera): trova eco anche nell'interlocutore politico , pronto a catturare il consenso dell'opinione pubblica attraverso un uso altrettanto spregiudicato del luogo comune. Così, se la destra postfascista non nasconde la sua omofobia nemmeno nelle esternazioni dei suoi dirigenti nazionali, un prestigioso dirigente del Pd, Massimo D'Alema, per mostrare tutto il suo disprezzo verso i giornalisti della Sala stampa di Montecitorio, non trova di meglio che definirla "un suk", un mercato arabo. Per i leghisti, poi, il pregiudizio è una scienza: "E' chiaro che la criminalità è legata all'immigrazione - ha ribadito Umberto Bossi nel corso di una recente fiaccolata contro i clandestini - E questa non è una mia idea, ma un assioma sociologico"

Il diverso, insomma, fa paura. Il pregiudizio assume in questo caso la funzione di proteggerci, filtrando l'immagine dell'Altro - in particolare, la gente di colore - attraverso categorie che in qualche modo lo rendono accettabile, o addirittura protagonista della comunicazione di massa. La più antica, sin dai tempi del "Negro Musical Comic" d'inizio secolo, è la simpatia: la faccia sempre sorridente del pagliaccio, pronto a far ridere il padrone bianco con mille smorfie; il nero ingenuo e primitivo, che nella storia del consumo ha pubblicizzato cioccolato e dentifrici, ha calcato le scene del music-hall con Cab Calloway, suonato la tromba di Louis Armstrong, sorriso con i dentoni di Hanry Salvador; sempre con la musica nelle vene e il ritmo nel sangue - tanto siamo noi a dirigere l'orchestra. Roba passata? E la celebre risata di Eddie Murphy, o il simpatico Idris della nostra domenica sportiva, o ancora gli ammiccamenti esagerati del Tartufon? Ve lo immaginate un cameriere banco in marsina a smorfieggiare per un pubblico di neri?
Sul versante femminile, la categoria vincente è la seduzione: da Faccetta nera alla Regina del caffè, da Josephine Becker a Naomi Campbell o alla nostra Cannelle (la Morositas), l'immagine è sempre quella della disponibilità alla sessualità e al consumo, con una identificazione completa ("nera e morbida") tra corpo e prodotto. Un fascino ambiguo, costituito insieme da elementi di attrazione e da un senso di superiorità che è quasi una forma di disprezzo.
Ugualmente contraddittoria la categoria della potenza: la potenza atletica dei grandi campioni dello sport (Carl Lewis o Ronaldo per la Pirelli, George Weah per un dopobarba), che è uno dei pochissimi ambiti di successo per gli uomini di colore; o la potenza sessuale (corpi d'ebano per un profumo "selvaggio", e guizzanti muscoli neri per la maschia fragranza della Polo di Ralph Lauren), con il suo risvolto di aggressività e potenziale violenza; o ancora il potere politico, spesso intrecciato con la suggestione di una corruzione spinta fino al cannibalismo (l'imperatore centroafricano Bokassa, o il somalo Siad Barre, soprannominato "Bocca larga").
Solo in apparente opposizione - ma in effettiva complementarità - l'ultima categoria, quella della debolezza: l'immagine del povero terzomondiale incapace di pensare a se stesso, sempre bisognoso della nostra assistenza, dei nostri consigli, dei nostri aiuti umanitari. Così si instaura uno strano legame tra gli indigeni della Del Monte, in attesa del fatidico "sì" dell'uomo in bianco, e i profughi dell'Etiopia o del Rwanda, che nelle lacrimevoli fotografie diffuse dalle Nazioni Unite aspettano i sacchi di riso occidentali per sopravvivere. E si manifesta anche una curiosa schizofrenia: per la quale i bambini del Biafra, che con i ventri gonfi e gli occhi pieni di mosche ci commuovevano fino nel portafogli, una volta cresciuti - quelli che ce la fanno! - e arrivati nel nostro paese, diventano fastidiosi lavavetri, da espellere al primo accenno di pericolosità sociale.

Pregiudizi come filtri per proteggersi dalla diversità, armi per difendersi dalla minaccia di chi pone in discussione quanto abbiamo precariamente conquistato, meccanismi sociali e psicologici per evitare di mettere in crisi la nostra debole identità, costruita sull'esclusione: per fortuna, c'è sempre qualcuno più meridionale di noi, più nero di noi, più diverso di noi. Sapete cosa dicono a Napoli, per stigmatizzare un cafone, uno che viene dalla provincia? "E' arrivato 'o treno 'e Foggia". (dicembre 1999)

 

Durban: il razzismo della Conferenza (2002)

               

E’ passato un anno da quando, nel settembre 2001, si è tenuta a Durban, in Sudafrica, la Terza Conferenza delle Nazioni Unite contro il Razzismo, le discriminazioni razziali, la xenofobia e la correlata intolleranza. E’ stata la prima delle grandi Conferenze internazionali a tenersi nel nuovo millennio, ed è particolarmente significativo che si sia svolta proprio in Sudafrica: uno dei paesi che ha più sofferto delle discriminazioni razziali; la nazione che con il regime dell’Apartheid (definito dalle stesse Nazioni Unite “un crimine contro l’umanità”) aveva tradotto in istituzione, in legge dello Stato, la separazione e l’odio razziale.
Ma anche la nazione che dopo una ‘miracolosa’ transizione alla democrazia, e uno straordinario sforzo di riconciliazione – non basato sulla rimozione, ma sulla verità e il perdono – oggi si propone al mondo intero come un esempio di convivenza multietnica. Non mancano le contraddizioni e le difficoltà, naturalmente: ma se il tentativo di costruire una democrazia veramente multiculturale, capace di coniugare identità e differenza, dovesse riuscire, allora il paese di Nelson Mandela costituirebbe un punto di riferimento per tutta l’umanità. Già in questi mesi, con un altro importante incontro nella stessa Durban, - dove la vecchia Organizzazione per l’Unità Africana, l’OUA, si è riconvertita in Unione Africana, sul modello di quella europea – e la seconda Conferenza sull’ambiente, tenutasi a Johannesburg, il Sudafrica si è confermato come sede naturale per il confronto tra Nord e Sud del mondo sui temi dello sviluppo e della globalizzazione.

Il naufragio della Conferenza

Il naufragio della Conferenza mondiale sul razzismo, proprio alla vigilia dei tragici avvenimenti dell’11 settembre, ha acquistato un significato che va molto al di là degli stessi risultati del consesso. Il fallimento, reso evidente dal ritiro delle delegazioni statunitense e israeliana a metà lavori, era stato a mala pena velato da una fragile operazione diplomatica, condotta sotto la regia del Presidente della Conferenza, la signora Zuma – già Ministro degli Esteri del Sudafrica. L’Assemblea aveva adottato due documenti di compromesso sulle questioni più spinose: il problema palestinese e quello delle responsabilità e degli eventuali ‘risarcimenti’ per i crimini del passato.
Verso Israele, che i paesi arabi pretendevano fosse definito uno ‘stato razzista’, il primo documento evitava qualsiasi critica diretta; pur riconoscendo ai palestinesi il diritto all’autodeterminazione ed esprimendo ‘preoccupazione’ per le loro difficoltà sotto l’occupazione straniera. Quanto al passato, il secondo documento riconosceva la ‘tragedia’ della schiavitù e della tratta degli schiavi, ma non esprimeva ‘scuse’; e pur promettendo assistenza, cooperazione e passi per la cancellazione del debito, facendo riferimento ad una sorta di Piano Marshall per l’Africa (la New African Initiative proposta da alcuni capi di Stato del continente nero), non accettava di considerarli un risarcimento, come avrebbero voluto gli africani e molti altri paesi del Sud del mondo.
Già prima delle Twin Towers, insomma, l’attenzione dei media internazionali, e degli stessi delegati (anche a causa della cattiva organizzazione dell’Alto Commissario per i diritti umani, la signora Mary Robinson) si era concentrata quasi soltanto su questi argomenti ‘politici’, lasciando in ombra l’emergere nel mondo globalizzato di nuove, più articolate e quindi più pericolose, forme di razzismo e di intolleranza. L’11 settembre, con la sua perentoria drammaticità, ha insieme distolto definitivamente l’attenzione dell’opinione pubblica, e dato un senso particolare al conflitto, polarizzandolo a scapito di ogni analisi capace di tener conto della ‘complessità’ attuale.

I risultati di Durban

In realtà, dalla Conferenza di Durban, che aveva visto l’attiva partecipazione di oltre cento rappresentanze governative, e alla quale si era affiancato un affollato Forum delle Organizzazioni Non Governative (Ong), erano usciti due documenti importanti: la “Political Declaration” e le “General Conclusions”, articolate su diverse sezioni – che sostanzialmente si proponevano come linee guida per una azione più efficace ed incisiva contro tutte le espressioni di razzismo, discriminazione ed intolleranza; prendendo spunto dalle best practices sperimentate nei diversi paesi, e confrontandosi con i problemi connessi ai nuovi strumenti di comunicazione, alle forme contemporanee di riduzione in schiavitù, ai conflitti etnici, alla xenofobia contro gli immigrati.
I due documenti – usciti peraltro molti mesi dopo la Conferenza - contengono molti articoli di grande importanza su temi come la protezione delle vittime del razzismo, la lotta contro il traffico delle persone, le misure di prevenzione e sensibilizzazione, le proposte educative, il rapporto con i media e l’uso delle nuove tecnologie, l’affermazione dei diritti delle minoranze, dei lavoratori migranti, dei richiedenti asilo, dei rifugiati e delle loro famiglie; così come l’individuazione e il riconoscimento di un’ampia gamma di grounds, ovvero basi della discriminazione, che vanno dal colore della pelle alla lingua, alla religione, al sesso o all’orientamento sessuale, alla cultura, alla provenienza etnica, alle cosidette discriminazioni ‘multiple’, che si intersecano sulla pelle dei soggetti più deboli, come le donne o i bambini. Infine, l’affermazione forse più significativa, quella che il razzismo ci riguarda tutti, essendo presente, anche se in forme diverse, in ciascuno dei nostri Stati.
Era proprio questo il problema di fondo, reso poi chiaro da quanto accaduto: ogni paese ha i suoi problemi, e non ha intenzione di confrontarcisi, e ammettere le proprie responsabilità: l’India ha i suoi ‘intoccabili’, i paesi islamici le discriminazioni di genere, Israele l’occupazione dei territori, gli Stati Uniti l’eredità della schiavitù, Francia o Gran Bretagna le colpe del colonialismo; l’intera Europa, poi, è messa in crisi dalla questione degli immigrati.
La conferenza di Durban aveva quindi visto, in alcuni casi, l’atteggiamento schizofrenico di paesi come Cuba, il Sudan o l’Iran, che ignorando senza pudore i propri problemi interni si proponevano come indefettibili sostenitori dei diritti umani; e da parte di quasi tutti i partecipanti – primi fra tutti i paesi occidentali, con pochissime eccezioni, tra cui è giusto annoverare la nostra Italia – la mancanza di qualsiasi volontà di mettersi in discussione, di accettare il confronto, di aprirsi a un dialogo franco e costruttivo. Le intese diplomatiche, in cui si sono distinti gli Ambasciatori di paesi come la Norvegia, il Messico, il Brasile, il Belgio, la stessa Italia, e le distanze prese con molta chiarezza dalle nostre Organizzazioni non governative nei confronti delle posizioni più estremistiche emerse nel Forum delle Ong, non sono bastate a mutare il segno negativo della Conferenza.

Quello che quindi ha reso veramente amara la lezione di Durban, ancora prima della tragedia delle Torri gemelle – che a noi, come ad altri osservatori, non è sembrata senza relazioni con quanto accaduto alla Conferenza – è stato proprio il rifiuto del dialogo. Eppure In Sudafrica, un paese che per la sua straordinaria vicenda politica e umana costituiva un ideale terreno di confronto, erano convenuti 194 paesi: migliaia di persone delle etnie e dei colori più diversi, che permettevano quasi di toccare con mano la pluralità del mondo globalizzato, e costituivano una rappresentanza forte, e finalmente visibile, delle comunità più deboli, delle minoranze più dimenticate, delle nazioni più povere; ogni giorno, nell’aula della plenaria e negli spazi delle Ong, era possibile ascoltare la voce delle vittime, i loro racconti strozzati dal pianto, la loro richiesta di giustizia. C’erano anche testimonial d’eccezione, come Rigoberta Manchù o Jesse Jackson, e voci ispirate, come quella di Harry Belafonte o Nelson Mandela. Sorde a tutto questo, la maggior parte delle delegazioni – certo, con diverse motivazioni, ma con analoga determinazione – hanno scelto la durezza dell’intransigenza, facendo intravedere chiaramente, dietro un invalicabile, ottuso muro difensivo, una preoccupante volontà di conflitto.
Così, all’ostruzionismo distruttivo degli islamici, all’estremismo di alcune Ong africane, all’ipocrisia di alcuni paesi arabi, più palestinesi del re, si è contrapposta la fuga degli americani da ogni responsabilità, e da qualsiasi rendiconto economico; e l’arroganza degli altri occidentali, ostinati a non scendere al livello degli altri, a negarsi ad ogni confronto sui contenuti, a preferire le formule astratte agli impegni concreti, a non accettare di legare aiuti e responsabilità, a mantenere il paternalistico atteggiamento di chi decide come, quando e in favore di chi distribuire più equamente giustizia e ricchezza nel mondo.
Non erano passati due giorni dalla conclusione della Conferenza, quando abbiamo imparato tragicamente che la chiusura di ogni spazio di dialogo lascia il campo soltanto al fanatismo e al terrore.

I diritti dopo l’ 11 settembre

L’attacco alle Torri Gemelle, con gli avvenimenti immediatamente successivi, dalla campagna contro il terrorismo internazionale alla guerra contro l’ Afghanistan, dall’acuirsi del conflitto mediorientale alla minaccia di guerra contro l’Iraq, è la causa principale dell’allarmante situazione di restringimento dei diritti umani cui abbiamo assistito nell’ultimo anno, soprattutto in occidente.
L’offensiva terroristica, collegata in particolare al fanatismo islamista, ha giustificato gravi restrizioni – impensabili nel recente passato - alla libertà individuale, alla libertà di movimento e perfino alla libertà d’espressione; nonchè un inasprimento delle misure preventive e repressive verso gli stranieri e verso i prigionieri di guerra tale da configurare, secondo agenzie come Amnesty International, una situazione di rischio per gli stessi diritti fondamentali. Si è addirittura tornati a parlare della possibilità di giustificare l’uso della tortura per casi di terrorismo.
Cosa ancora più grave, l’effetto dello choc provocato dall’11 settembre si è presto riverberato – specialmente in Europa – sul mondo dell’immigrazione, visto come terreno di coltura del terrorismo anti-occidentale. Sono quindi state prese quasi ovunque misure restrittive per i visti, i transiti, i permessi di soggiorno, i ricongiungimenti familiari: una tendenza recepita in pieno nella nuova legge per l’immigrazione (Bossi-Fini) proposta dal Centro-destra nel nostro paese, che costituisce un preoccupante passo indietro rispetto alla normativa precedente (Turco-Napolitano) e perfino rispetto ai canoni dell’Unione Europea.

In questo senso, se ragioniamo, con crescente preoccupazione, intorno a un processo ormai palese di restringimento progressivo e diffuso dei diritti umani, vanno probabilmente individuate anche altre cause che nell’ultimo anno si sono aggiunte alla situazione politica creatasi dopo l’11 settembre. Si tratta con ogni evidenza di fattori non isolabili dal contesto, ma con una autonoma capacità di incidere: parliamo della vittoria delle Destre nella maggior parte dei paesi occidentali, spesso supportata da un pericoloso salto di qualità – anche elettorale – dei diversi ‘localismi’ (dal movimento di Le Pen alla nostra Lega); e della mancata ripresa economica, che ha caratterizzato soprattutto il 2002. Il collegamento con l’effetto Twin Towers non spiega se non parzialmente il peso di questi fattori – già presenti, peraltro, prima degli avvenimenti di New York. La restrizione dei diritti dei cittadini extra-comunitari, per importanti settori delle Destre europee, è parte integrante dei programmi politici, e cavallo di battaglia delle competizioni elettorali. Non c’era bisogno dell’equazione immigrati=terroristi, che pure è stata sfrontatamente utilizzata, per convincere un elettorato che da anni traduce le sue insicurezze in xenofobia e razzismo. D’altra parte, lo stesso fallimento di Durban è lo specchio di una mancanza di consapevolezza che a sua volta si riflette sulla incapacità europea di confrontarsi a livello comunitario sulle politiche d’immigrazione.
Ma la stessa mancata ripresa economica – secondo molti analisti – si sarebbe sentita anche senza l’effetto dell’11 settembre e della guerra: aggiungendosi agli altri fattori cui abbiamo accennato per acuire l’insicurezza e spingere alla ricerca di rassicuranti capri espiatori per la crescente disoccupazione, soprattutto giovanile.

Restrizioni e discriminazioni hanno colpito e tendono a colpire, naturalmente, i soggetti che si rivelano più deboli in questa situazione: da una parte minoranze etniche, rifugiati, migranti – veri e propri modelli paradigmatici della ‘diversità’; dall’altra quelli che si definiscono ‘nuovi poveri’.
Sono infatti apparse nuove forme di povertà, e forme di discriminazione di nuovo genere: come quelle legate al Digital Divide, un divario tecnologico che non soltanto risulta sempre più forte tra i paesi avanzati dal punto di vista informatico e quelli lasciati indietro, a confrontarsi con un nuovo tipo di analfabetismo, ma che è presente anche all’interno delle società industrializzate.

Una globalizzazione zoppa

Probabilmente la ragione di quanto sta accadendo – e in questo senso l’anno appena trascorso ha visto un vero e proprio precipitarsi della situazione – va cercata nelle profonde contraddizioni che segnano la direzione presa dal processo di globalizzazione. Sono ancora recenti , in questo senso, alcuni segnali con forti valenze simboliche: come l’immensa nube scura prodotta dall’inquinamento dell’arretrato sviluppo industriale del sud-est asiatico, che minaccia di raggiungere i nostri cieli ‘puliti’; lo sconvolgimento climatico che ha causato le grandi inondazioni di questa estate in tutta l’Europa centrale, cartina di tornasole dell’insostenibilità ecologica del nostro modello di vita; o in altri campi i veti opposti dagli Stati Uniti agli interventi del Tribunale penale internazionale, da cui dovrebbe essere immune proprio la più grande potenza mondiale; o lo sconquasso finanziario di alcune grandi multinazionali americane, indizio della fragilità profonda dell’economia che oggi domina l’intero pianeta.

In un sistema basato sullo squilibrio, sulle differenti opportunità, su uno sfruttamento straordinariamente miope delle risorse materiali ed umane del pianeta, la mondializzazione sposta i confini, ma non la necessità dell’esclusione.
Il modello occidentale ha ancora bisogno di esclusione politica, e cerca così nuove sponde, si costruisce nuovi nemici, inventa i ‘paesi canaglia’ o mantiene artificialmente conflitti apparentemente risolvibili con un minimo di volontà politica. Forse possono spiegarsi così le spinte sempre più forti verso una insensata radicalizzazione culturale e religiosa, teorizzata dalle grottesche analisi sull’eplosione dei conflitti culturali (clash of civilisations), e acuita dalla forsennata campagna anti-islamica di questi mesi.
Non soltanto: il nostro sistema ha ancora bisogno – nonostante questo sembri contraddire la stessa logica del progressivo ampliamento dei mercati - di esclusione, o almeno emarginazione, economica: fuori dai confini dell’impero – finchè è possibile mantenere qualcuno fuori, come vogliono le politiche sintetizzate nell’imperativo “ognuno a casa propria”; o anche dentro i confini, all’interno stesso delle nostre società, con l’individuazione (come abbiamo visto) di nuovi capri espiatori, nuovi soggetti deboli, nuove diversità da discriminare.
In questa situazione siamo quindi tutti soggetti a rischio. Noi crediamo davvero che un nuovo mondo sia possibile: ma nella battaglia – questa, sì, apparentemente infinita – per un diverso ordine internazionale, le esclusioni passano anche di qui. (settembre 2002)

 

Una tela a colori  (2002)

Come sempre quando si entra nel cuore dei problemi, le domande aumentano anziché diminuire: se non altro perché si sente l’esigenza di chiarirsi le idee.
Intanto dove siamo, e di cosa parliamo. Parliamo di intercultura e il nostro contesto naturale è l’Europa: soprattutto quesi paesi, come la Spagna, la Gracia e la stessa Italia, toccate relativamente di recente dal fenomeno dell’immigrazione.
Secondo, cosa intendiamo per intercultura. C’è chi ci invita a smetterla di fare teoria e intraprendere la strada della ricerca, per capire come stanno le cose in questo settore. C’è chi ha ironizzato sulla “demagogia del couscous”, e chi invece ha riportato esperienze riuscite di convivialità, considerandole fondamentali.
Terzo, cosa succede nella scuola: si è sentito dire ad esempio che nei primi anni di scuola i ragazzi hanno una serie di input positivi nei confronti dell’intercultura e quindi sono più aperti verso gli altri; mentre a partire dalle medie tra i ragazzi emergerebbero invece forme di discriminazione, se non di vero e proprio razzismo. Da questo punto di vista, l’ipotesi sembra essere quella di una la scuola che funziona bene e di una serie di fattori esterni che avrebbero invece un ruolo negativo: per esempio la televisione, o il gruppo degli amici, o magari la stessa famiglia. Si può affermare qualcosa del genere? D’altra parte, se è vero che noi sappiamo pochissimo delle culture degli altri, questo non dipende in buona ragione dalla scuola? E nello stesso tempo, dov’è che possiamo cominciare ad aprirci alle altre culture, alle altre conoscenze, all’approfondimento delle mentalità diverse se non a scuola? Abbiamo anche detto che ci sono delle rimozioni: queste rimozioni dove, a che punto avvengono?
E’ forse lo scolaro che non studia la storia dell’immigrazione italiana? Semplicemente, a scuola, di solito nessuno gli parla del fenomeno. Allora è la scuola che non funziona. Forse si dovrebbe recuperare alle scuole superiori, forse si dovrebbe recuperare all’Università. Allora cambiamo soggetto: è l’Università che non funziona. Insomma a me pare che quello che è emerso abbia confuso anziché chiarire la situazione, abbia posto soprattutto dei grandi punti interrogativi; per carità, sempre positivi.
Però qualche risposta dobbiamo pure darla! Dobbiamo capire cosa fare, o cosa non fare: perché, da alcuni discorsi, sembrerebbe che la cosa migliore sia lasciar perdere, che le cose vadano come vanno. E’ stato fatto un esempio: i portoghesi nella città di Pau, sono stati accolti bene, si sono integrati bene e hanno perso la loro identità … integrazione vuol dire questo? E’ positivo? E il fatto che i portoghesi a Parigi, avendo avuto difficoltà di inserimento, abbiano fondato associazioni per la difesa della loro identità, è negativo? Dobbiamo per forza confrontarci con la repressione per poterci riappropriare della nostra identità? E come è nata questa voglia di tenere lo chador tra ragazze di seconda o terza generazione nate in Francia da genitori già nati in Francia? C’è qualcosa che non funziona: è stato un tentativo di assimilare anche quello che non andava assimilato, oppure è stata una finta integrazione che ha mantenuto degli elementi di discriminazione?

Io credo che questo discorso non debba essere inquadrato con schematismo: essere uguali, essere diversi, l’equilibrio fra l’identità da cui si arriva, e invece la nuova identità, la nuova società in cui si è accolti: non è un raccordo semplice; perché oggi non sono di fronte identità forti, ma invece identità che si mettono in discussione. Io considero l’immigrazione una grande occasione proprio perché ci aiuta a metterci in discussione. L’Italia è stata un paese troppo chiuso, troppo provinciale, è arrivata tardi all’esperienza dell’altro, anche se all’interno della nostra società esiste un mix di religioni, di culture, di ambienti sociali, di provenienze regionali notevole.

Torniamo ad alcuni concetti della pedagogia inteculturale per cercare di capire oggi come va interpretata.


Il primo concetto è quello di autonomia. Il mondo in cui viviamo è un mondo che esige autonomia: siamo costretti ad assumerci le nostre responsabilità, senza più poter far riferimento a qualcosa di esterno – che sia un sindacato, un partito io una chiesa – che mi dice cosa devo fare. Il mondo si è in qualche modo laicizzato, e questa nuova autonomia ha un forte riflesso in campo educativo. Anche la Riforma della scuola parla di autonomia: e l’educazione interculturale si caratterizza proprio con l’indipendenza delle scelte, partendo dai programmi, dai testi, dalle nostre stesse categorie culturali.
L’educazione interculturale ci dice: “Quello che ci viene trasmesso, va messo in discussione”, il rapporto che abbiamo con la cultura, non soltanto con l’interculturalità, ma con la nostra cultura, va messo in discussione: educazione interculturale è soprattutto rimettere in discussione i propri punti di vista. I programmi non sono stati costruiti per il mondo interculturale, non sono stati costruiti per un mondo autonomo. Le stesse leggi che riguardano gli stranieri, sono ancora leggi degli anni ’30, noi viviamo ancora immersi in situazioni di questo genere! E non soltanto in Italia, perché l’etnocentrismo, il punto di vista dell’Occidente è il punto di riferimento di tutti: le parole, gli strumenti che usiamo, le tecnologie; come quando vuoi telefonare dal Niger al Burkina Faso che sono vicini meno di mille chilometri: e la telefonata deve passare da Parigi!
Viviamo, e vivremo ancora per molto tempo, in un mondo permeato dal punto di vista occidentale. Qualcuno dirà che non c’è niente di male, anzi, che noi possiamo essere fieri della nostra identità, della nostra antichissima cultura. Certo, però la nostra identità non è l’unica! Esistono anche gli altri punti di vista, e noi non possiamo fingere di essere soli, chiusi nelle nostre stanze. In poche ore io vado da un paese all’altro, in tempo reale vedo quello che è successo dall’altra parte del mondo: e questa situazione richiede autonomia: quindi scegliere i propri percorsi anche didattici, scegliere i propri percorsi anche intellettuali.

Il secondo elemento è l’identità. Oggi questo tema dell’identità non è semplice come poteva sembrare: dobbiamo prima di tutto stare attenti, non dobbiamo credere che sia qualcosa semplice da definire. Proprio come, rispetto alla cultura scolastica siamo costretti a prendere le distanze, ad assumerci l’onere, il peso delle scelte, e quindi non dare per scontato che i programmi siano giusti, che i libri di testo funzionino, che le prospettive che ci vengono date siano quelle che ci possono appartenere, così rispetto all’identità noi abbiamo e dobbiamo avere un rapporto fortemente dialettico. Io sono italiano quanto voi, ma diversamente da voi: ci sono diversità religiose, culturali, politiche, diversità di mentalità; l’identità oggi va ridiscussa, perché ciascuno di noi non può più darla per scontata. Identità è qualcosa che siamo costretti a costruire e a ricostruire nel tempo: e questo in realtà facilita l’incontro con gli altri, che vivono la loro identità in modo altrettanto dialettico.

A livello di educazione interculturale, noi non possiamo dare per scontata l’identità dell’altro, non possiamo ipostatizzare la sua cultura di provenienza. Noi abbiamo di fronte identità in movimento, identità transitorie e l’educazione interculturale deve tenerne conto e chiedersi “Come viene trasformata l’identità del gruppo dalla presenza di qualcuno di estraneo? Quali sono gli elementi di identità che persistono e quelli che invece si trasformano? Quali sono gli elementi di questa identità plurale che invece trovano il sostegno, l’aggancio sull’identità dell’altro?” Prima parlavamo di autonomia: il confine me lo disegno io, me lo disegno di volta in volta: e allora il mio confine può essere più allargato o più ristretto, può escludere o comprendere altri (altre culture).
“Ama il prossimo tuo”. Non c’è bisogno di crederci nel senso religioso: oggi noi abbiamo il prossimo nostro davanti: ci possiamo specchiare e guardare l’altro; è quella parte di me che sta dall’altra parte del confine.

L’ultimo concetto è quello della globalizzazione. La situazione attuale di globalizzazione, sembrerebbe trasmettere un’immagine di un mondo in cui tutto si tiene, in cui tutto si può ritrovare: il villaggio globale. Eppure esistono ancora differenze e discriminazioni.
L’educazione interculturale è quella che cerca di andare verso una globalizzazione che sia inclusiva invece che esclusiva; che vede la globalizzazione come un processo che può mettere a rischio proprio il diritto alla diversità.
Abbiamo visto che l’autonomia ci fa sentire spesso soli rispetto alle difficili scelte che siamo continuamente costretti a compiere. Non abbiamo più le autorità che ci proteggono, sentiamo di essere un po’ abbandonati a noi stessi. Rispetto a questo, noi possiamo tentare di portare il processo di globalizzazione in una direzione che rispetti l’identità delle persone, che non la nasconda, ma non ne faccia un oggetto di discriminazione, che non escluda la gente dalle decisioni, che non metta tutti in competizione. Non è certo una cosa semplice: anzi, stiamo andando nell’altra direzione, verso quella che, in termini economici si chiama “deregulation”: cioè ognuno fa come gli pare!

Ma noi non possiamo volere un mondo dove hai successo perché qualcun altro è “fregato”: questo non può funzionare, perché le contraddizioni finiscono per ricadere su di te! Tutto quello che hai creduto di allontanare torna come un boomerang a minacciarci. Le persone che si trovano in difficoltà devono essere aiutate a partire dalle nostre stesse condizioni: una globalizzazione che tenga conto delle differenze. E’ come la democrazia: se c’è una persona che non è libera, nemmeno tutti gli altri sono liberi. La democrazia o è inclusiva o non lo è, non ci può essere una democrazia che esclude anche solo qualcuno.

 

Immaginate...(2002)

Immaginate…No, non vi chiediamo di immaginare un mondo migliore; un mondo senza contraddizioni, senza discriminazioni, o addirittura – in giorni come questi, poi – un mondo senza conflitti.
Immaginate, più semplicemente, un paese fortunato, in cui chi arriva da lontano in cerca di una vita più decente trova lavoro – in media – in meno di sei mesi. Dove il mercato del lavoro è così dinamico e aperto che gli immigrati, che costituiscono meno del quattro per cento della forza lavoro, coprono il dieci per cento delle nuove assunzioni; e con i loro contributi allo Stato, i contributi regolari di più di mezzo milione di persone attive nei servizi, nell’edilizia, nei trasporti, nelle industrie meccaniche, nel tessile, nelle manifatture, danno un sostegno indispensabile alle pensioni di tutti i cittadini.

Un paese, pensate, dove il valore dei diritti e il senso della rappresentanza e della democrazia sono così sentiti, che oltre la metà dei lavoratori stranieri sono iscritti al sindacato; dove lo spazio e lo spirito di iniziativa sono così diffusi, che ci sono oltre centomila immigrati titolari di imprese!
Un paese dove il senso del risparmio e della responsabilità sono così radicati anche tra gli stranieri, che le rimesse che riescono a mandare ogni anno ai loro paesi di provenienza – oltre duemila miliardi, verso l’Est e il Sud del mondo – superano addirittura, e di gran lunga, gli aiuti e i crediti della cooperazione.

Immaginate un paese dove la presenza e il supporto degli immigrati sono così significativi, che oltre quattrocentomila famiglie contano su di loro per assistere le mogli, i figli, le persone anziane; dove l’ingresso nelle scuole di oltre centoventimila bambini e ragazzi stranieri – oltre a fornire una straordinaria occasione di confronto interculturale – consente il lavoro di quasi venticinquemila insegnanti e un numero altrettanto consistente di personale scolastico. Un paese che grazie al contributo degli immigrati e dei loro figli, riesce a mantenere un livello demografico sufficiente a non invecchiare troppo in fretta, con tutti i danni economici e sociali che questo comporterebbe.

Provate a immaginare un paese dove al di là dei pregiudizi e degli stereotipi, e nonostante gli squilibri delle diverse condizioni sociali, l’onestà e il senso civico sono così diffusi tra gli stranieri che il loro tasso di detenzione è più basso di quello locale. Un paese dove, nonostante la novità, l’impatto e le diffidenze dovute alla diversità di lingua, pelle, religione e cultura, i matrimoni misti crescono continuamente, e oltre diecimila nuove coppie uniscono ogni anno uomini e donne di diversa provenienza ed origine.
Un paese, insomma, dove - nonostante la presenza di molti timori e qualche tensione - la formazione di nuove famiglie miste, i ricongiungimenti con le famiglie del paese d’origine, la nascita e la scolarizzazione di tanti bambini, la regolarizzazione nel lavoro, la partecipazione alle forme di rappresentanza sindacale e politica, la creazione di nuove imprese, il contributo all’incremento demografico e alle spese previdenziali, il supporto in tutti i principali settori dell’economia, compresi settori delicati come la sanità o i servizi alle persone, forniscono un quadro positivo e rassicurante.

Immaginate, non è poi così difficile: quel paese esiste, e si chiama Italia. L’Italia che emerge dalle statistiche, dai numeri e dai dati, ma anche dalle ricerche, dalle esperienze e dalle testimonianze del nostro lavoro: un paese che si sta avviando – se non interverranno misure contraddittorie ad ostacolarne il cammino, se non prevarranno i pregiudizi e le paure – a forme di convivenza ragionevoli e rispettose delle molteplici identità di una società sempre più multietnica.
L’Italia del Dossier Caritas 2001, che presentiamo in questo numero. L’Italia del tempo dell’integrazione. (ottobre 2001)

 

 

Analizzare l’immagine del sud: “L’uomo Del Monte” (2003)


1. Il rapporto tra mass media e sud del mondo, ovvero tra il sistema dell’informazione nei paesi industrializzati e il terzo mondo, è viziato da due fattori. Prima di tutto dal Sud non arrivano informazioni, né sembra esserci alcun interesse reale a pubblicarle: mancano infatti i corrispondenti, e non vengono raccolti materiali né dati sufficienti. Questo basterebbe a farci capire che nel Nord noi abbiamo una visione parziale ed incompleta di questi Paesi. Si afferma che questo dipenda dal fatto che si tratta di Paesi poco importanti, sia dal punto di vista politico che economico: l’Africa, per esempio, per quanto riguarda gli interscambi economici, resta ancora decisamente marginale. Eppure non è sempre così: ad esempio, in termini energetici, l’Italia dipende radicalmente dalle risorse petrolifere e di gas metano di un paese come l’Algeria.
Avere un’informazione episodica, discontinua e sensazionalista, che accende i riflettori solo nel momento in cui accade qualcosa di drammatico, non necessariamente importante, ma abbastanza catastrofico da colpire la nostra immaginazione, è oramai abitudine consolidata del modo di fare informazione rispetto al Sud del mondo. Come accadde pochi anni or sono, fa più notizia una famiglia italiana isolata nel centro di Monrovia, la capitale della Liberia, che non può mettersi in salvo e tornare in Italia, piuttosto che le vicende e le ragioni che hanno portato quel paese alla guerra civile. Gli “scontri tribali”, secondo certa informazione, vengono sempre più contrabbandati come la “ragione vera” dei conflitti. Ma è poi vero? Evidentemente siamo in presenza di una serie di categorie che filtrano la nostra immagine del terzo mondo; che immagine possiamo avere di un Paese, da cui ci perviene sporadicamente sempre lo stesso tipo di notizia? Quanti di noi, per esempio, sono al corrente di quello che succede in Bangladesh? Ebbene in questo paese, due volte l’anno, si verifica per ragioni naturali un’alluvione: e questa è la sola occasione in cui sui parla da noi del Bangladesh! Come vive quel Paese tra un’alluvione e l’altra, cosa fanno i bengalesi nel frattempo? E più in generale, conosciamo veramente le cause che stanno alla base dei problemi di certi Paesi?
Dietro l’indifferenza c’è in realtà una precisa ed intenzionale volontà di ignorare, deliberatamente, certi problemi, perché forse affrontarli metterebbe in discussione i nostri interessi. Facciamo di nuovo il caso dell’Algeria: se ne hanno notizie, ogni tanto, solo perché ancora vi muoiono ammazzate centinaia di migliaia di persone; ma non se ne parla certo con la serietà, la continuità, l’approfondimento necessario, l’attenzione per la ricerca delle cause. Eppure, come abbiamo visto, si tratta di un Paese fondamentale per l’economia italiana; senza il metano dell’Algeria, noi saremmo costretti a spegnere la luce!

2. Detto questo, è però importante essere consapevoli che dall’altra parte noi riceviamo – e ci costruiamo – comunque un’immagine del terzo mondo, a prescindere dalla mancanza o manipolazione delle notizie, e dall’assenza di corrispondenti. Certe immagini generali le abbiamo, magari provenienti da media diversi da quelli delegati all’informazione: da un film, da un fumetto, o dalla pubblicità. Queste immagini si costruiscono sugli stereotipi, i luoghi comuni e i pregiudizi che si sono venuti radicando in noi sin dall’infanzia. Esse sono il minimo portato che perfino un paese chiuso e provinciale come l’Italia riesce ad avere. Abbiamo così, per esempio, delle idee precostituite sul mondo arabo, sull’Africa nera, o sull’Asia più lontana; paradossalmente a dare l’immagine di quei Paesi hanno contribuito di più i film di Bruce Lee, anziché il lavoro serio di alcuni inviati speciali, con le loro corrispondenze dalla Cina o dal Giappone. Nelle redazioni, nelle università, nel cinema coloro che si occupano di terzo mondo sono considerati degli eccentrici, quasi si trattasse di un interesse di bottega.

3. Con l’Archivio dell’Immigrazione, ma anche con interventi del Ministero degli Esteri, cerchiamo di individuare ed analizzare l’immagine del sud del mondo nei media. Occorre però, nella prospettiva che abbiamo visto, andare oltre l’informazione: non basta infatti analizzare, per quanto sia importante, telegiornali e quotidiani, ma occorre rivolgere la nostra attenzione anche ai fumetti, alle soap-operas ed alla fiction in generale, compresi i cartoni animati. I primi cinque minuti di Aladdin, una produzione della Walt Disney, sono in questo senso esemplari, perché vi vengono riversati tutti i pregiudizi e gli stereotipi possibili sul mondo arabo. Sin dall’inizio del film gli spettatori, i bambini per primi, ma anche i loro genitori, sono ‘informati’ di tutto ciò che occorre sapere sul mondo arabo: un paese pieno di imbroglioni, odalische, cammelli, scimitarre, incantatori di serpenti, fakiri e via stereotipizzando; inducendoci a credere di sapere tutto su questo mondo e spegnendo così la curiosità di avvicinarlo e conoscerlo nella sua realtà.
Studiamo anche la pubblicità. Per esempio lo spot dell’Estathè, con i suoi messicani, inevitabilmente con i baffi ed il sombrero, naturalmente addormentati e indolenti, capaci di svegliarsi dalla siesta solo quando viene stappata la bottiglietta del thè! Se chiunque può ridere e conseguentemente comprendere quella pubblicità, è solo perchè dietro ad essa c’è uno stereotipo conosciuto e condiviso: quella è l’immagine del messicano. Lo spot non farebbe ridere, né tantomeno il messaggio pubblicitario sarebbe comprensibile ed efficace, se venisse somministrato in un luogo del mondo dove i destinatari del messaggio stesso non fossero convinti che tutti i messicani hanno i baffi, sono pigri ed indossano il sombrero. Sapete cosa costa un messaggio pubblicitario? Sapete a quante persone arriva? Sapete quante migliaia di volte viene trasmesso? Sapete quanto costa ciascuna di queste migliaia di volte in passaggio televisivo? Capite quale forza e quale impatto ha un messaggio di questo genere, che si basa soltanto su un luogo comune?

4. Perché dunque ci confrontiamo proprio con la pubblicità? Perché essa porta con sé un valore aggiunto; da quando la pubblicità ha cominciato ad utilizzare i mezzi di comunicazione di massa ha dovuto necessariamente offrire qualcosa di più che non la semplice proposizione del prodotto oggetto del messaggio. La birra Peroni ha sempre venduto una ragazza “bionda”, mai semplicemente una birra. La pubblicità, in questo senso, ‘vende’ valori, offre modelli di vita mediante la rappresentazione di immagini che hanno molta presa sul pubblico, proprio dal momento che sono immagini dense di valori.
Si tratta quindi di vedere come la pubblicità presenta il terzo mondo, che immagine ne dà. Abbiamo analizzato uno spot dell’”Uomo Del Monte”, della durata di circa un minuto, allo studio del quale dedichiamo normalmente diverse ore di lezione, nell’ambito di un corso in cui esaminiamo tecnicamente vari spot di questo tipo. Ciò che conta è capire quanto sia importante il modo di presentare le immagini. In particolare lo spot parla di un succo di frutta, benché non si capisca immediatamente: ma già dai primissimi fotogrammi i paesaggi, il tipo di popolazione, i particolari del loro abbigliamento parlano chiaro. D’altra parte, in pubblicità, in soli sessanta secondi bisogna dire cosa è il prodotto e perché comprarlo, fornendo al pubblico il contesto per cui accettarlo e desiderarlo. Così, sin dai primi fotogrammi, si capisce subito dove siamo: i mari del sud, una cultura indigena primitiva, una economia primitiva. Questo garantisce al pubblico la genuinità della merce, prodotta in un ambiente ecologicamente puro e privo di inquinamento. L’uomo Del Monte aspetta al fresco che i contadini di questo popolo mite e felice gli portino l’offerta del loro lavoro. Nello specifico, il personaggio rappresenta la divinità alla quale rivolgere le offerte, i frutti migliori della coltivazione; egli è un uomo bianco, vestito di bianco, e sta più in alto rispetto a tutti gli altri, a dimostrare la sua inequivocabile superiorità. I contadini ci lavorano da anni; ma solo Del Monte è riuscito a rubare l’anima alla frutta, recita lo spot. Assaggia il succo, ci riflette e finalmente annuisce col capo. L’uomo Del Monte ha detto sì. Tutta la popolazione è felice. Perché sono così contenti? Ci sono perlomeno tre ragioni possibili per esserlo: la prima potrebbe essere perché finalmente diventano ricchi, vendendo la frutta alla Del Monte: ma mi sembra che le cose non stiano proprio così. La multinazionale infatti ha un giro d’affari di migliaia di miliardi e le persone che lavorano nelle sue piantagioni sono pagate solo tremila lire al giorno! E’ chiaro che continueranno a vivere da poveri, anzi da primitivi.
La seconda ragione potrebbe riporsi nella possibilità di bere, finalmente, il succo di frutta: ma non è così. Infatti dalle immagini si vede chiaramente che a bere il prodotto finito saranno esclusivamente ragazzi bianchi in vacanza in qualche località balneare occidentale; sorseggiano beatamente il succo di frutta in casa, poiché la funzione, la mission della multinazionale Del Monte è proprio quella di portare a domicilio l’anima della frutta rubata: non c’è alcun bisogno di recarsi nei mari del sud, per giovarsene.
Ma allora per quale motivo gli indigeni sarebbero tanto felici? Credo che siano contenti perché hanno fatto piacere all’uomo Del Monte, e affinchè noi possiamo essere contenti di bere il prodotto. Immaginate se al culmine dello spot dalla folla si fosse levato il grido di un contadino, reclamando un aumento di stipendio, oppure il diritto di sciopero? Di fatto si viene a scoprire che il sindacato è vietato in Guatemala, dove albergano alcune piantagioni della Del Monte; e che in Kenya, dopo uno sciopero che è costato addirittura due vite umane, l’azienda, grazie anche al lavoro di alcune Ong, ha dato un aumento di stipendio pari al 27%, Immaginate quanto potesse essere basso quello precedente.

5. In sintesi la gente è contenta, perché questo ci rassicura; nello spot la Del Monte propone e rappresenta un ordine costituito, dove la multinazionale ha la sua funzione, dove gli indigeni hanno anch’essi il loro ruolo e ciascuno trova il suo posto. Io sono primitivo, ma è necessario che io lo sia e sono felice di esserlo nei mari del sud. Per fortuna c’è qualcuno nel mondo che si accolla il compito di raccogliere la frutta, il “nostro” agente Del Monte, che con il suo know-how, la sua competenza, ruba l’anima alla frutta e ce ne porta il succo. Immagini simili le trovate nelle agenzie di viaggi, dove una bella ragazza, in vesti di gentile servetta, ci offre i prodotti della sua terra. Questo è il rapporto che c’è fra noi e il sud del mondo. È un rapporto giusto, equilibrato, condivisibile? Purtroppo, credo che abbiano maggiore incisività questo tipo di immagini pubblicitarie e vacanziere che non il lavoro che noi, “fissati” col terzo mondo, cerchiamo di fare da anni.

 

I muri dentro (2008)

Muri frontiere sbarre cancellate
confini reti lamiere ondulate
palizzate canali divisori
perimetri pareti vie spinate
solchi privi di semi, cicatrici
costruite tra gli uomini, sentieri
senza una direzione o una speranza.
Con quali e quanti e quanto spessi muri
volete voi dividere la gente
espellere respingere affogare
identità precarie nella carta,
clandestini alla vita, irregolari
d’una legge che vede solo merci?
Continuate a tracciare divisioni
tra linee di colore, religioni,
lingue, culture nate a stare insieme;
ma chi pone i confini, chi decide
i limiti dei luoghi dove amare?
Chi ci assegna lo spazio, chi lo toglie?
Guardate le frontiere: le pareti
non proteggono più, chiedono un varco,
passano nella testa e nella mente,
traverso i corpi, le membra divise,
in mezzo agli occhi, tra le linee curve

delle labbra e tra i denti.
Non le sentite? In quale cella o ghetto
chiuderete la vostra insicurezza?
Dove credete d’esiliare l’altro,
il diverso che v’abita nel petto?
Quale mai visto, o carta di soggiorno
o permesso di transito può farvi
traghettare all’esterno di voi stessi?
Che passaporto serve
a passare lo specchio?

 

Cooperazione, una chiave per la politica internazionale (2012)

Rilanciare la Cooperazione allo sviluppo italiana: ci proveremo, nei primi giorni di ottobre, con il ministro Riccardi, nel Forum che si terrà a Milano – la prima Conferenza nazionale su questo tema da oltre vent’anni.

Ci saranno il Governo, le istituzioni, le Regioni, gli Enti locali, le tante Organizzazioni non governative  che operano a livello internazionale. E oltre agli addetti ai lavori interverranno le associazioni della società civile, i ricercatori, le imprese, i rappresentanti dei paesi in via di sviluppo;  e gli operatori dei media, cui si addebita – non senza ragioni – la diffusione presso l’opinione pubblica di un’immagine antiquata, distorta ed emergenziale  degli interventi e del concetto stesso di cooperazione: riflesso  di un rapporto paternalistico con il Sud del mondo, incapace di crescere da solo, sempre bisognoso dell’assistenza e del know how dei cosiddetti ‘donatori’.

Oggi questa immagine – e questo modo di intendere la cooperazione – sono largamente superati: la mondializzazione, con la tendenza verso una sempre maggiore inter-dipendenza tra le nazioni e le regioni del pianeta, l’emergere di nuovi protagonisti sulla scena mondiale, la consapevolezza d’un destino comune, ha profondamente mutato i rapporti internazionali. E non soltanto a livello politico ed economico: ma anche in riferimento a temi come l’ambiente, l’informazione, la cultura, la religione.

Cittadinanza globale – un concetto che ha avuto antesignani importanti proprio nel nostro paese – vuol dire dover mettere a confronto modelli diversi di sviluppo. Significa – e la difficile situazione attuale ce lo conferma – dover mettere in crisi lo stesso concetto di sviluppo, per parlare di sostenibilità e di responsabilità comuni.

Anche la nostra cooperazione ha dovuto temerne conto, ed è significativamente cambiata in questi anni, mettendo in campo modelli diversi e riconoscendo attori nuovi fuori e dentro il nostro paese, soggetti di una cooperazione che viene dal cuore della società civile, dalle migliori forze imprenditoriali e dalle entità del decentramento territoriale, così importanti nella nostra tradizione.

Così, la cooperazione – intesa infine come partenariato, come scambio alla pari di saperi, di competenze, di soluzioni nuove per un mondo che cambia – diventa la chiave di una politica internazionale moderna. Così,  la forza di un paese come l’Italia, non particolarmente ricco di risorse materiali, ma ricco invece di cultura e di ‘saper fare’, è proprio in questo tipo di cooperazione, in questo scambio di conoscenze, nella capacità di dialogo, di apertura culturale, di rapporti centrati sulle persone, sull’uomo.

Lo abbiamo visto nei tanti interventi italiani di questi anni nei paesi devastati dai conflitti, come l’Iraq; nelle regioni prosciugate dalla siccità, come nel Sahel;  nelle aree colpite da emergenze climatiche, come per lo Tsunami; nei paesi agitati dal vento impetuoso delle Primavere arabe: in luoghi e momenti in cui cooperazione non voleva dire soltanto sacchi di riso e ospedali da campo – che pure sono arrivati puntualmente, e sono serviti a ridurre l’emergenza  - ma soprattutto significava comunicazione, intervento sociale sulle fasce più vulnerabili, empowerment femminile, ricostruzione del tessuto imprenditoriale, restauro del patrimonio culturale, formazione di competenze, educazione alla democrazia e alle sue istituzioni.

L’orizzonte in particolare dei paesi del Mediterraneo, del continente africano, delle nuove nazioni emergenti, è congeniale a questa prospettiva di cooperazione. Ricordiamo che questo tipo di approccio ha permesso al nostro paese di restare protagonista della cooperazione – apprezzato dai paesi partner, in particolare quelli nelle condizioni più drammatiche  –  anche in anni, come i più recenti, segnati da pesanti riduzioni degli stanziamenti per l’Aiuto allo sviluppo e dalla difficoltà di mantenere alcuni impegni internazionali.

Se dunque sfidiamo l’Italia, e noi stessi, a rilanciare la cooperazione, è perché le riconosciamo un ruolo centrale nell’attuale contesto di globalizzazione e inter-dipendenza; e lo consideriamo uno strumento chiave per una nuova politica internazionale, informata a questo spirito di partenariato. (ottobre 2012)

 

 

 

 

 

   

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   Dipartimento di 

    studi umanistici

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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