Foto di Riccardo Lanfranchi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Berlino

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Una identità frammentata

 

 

 

 

 

 

Lo specchio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

POLITICA INTERNAZIONALE E DELLE MIGRAZIONI

Corso di Laurea magistrale in Storia e società

 

Analisi identità migrante

 

Gruppo 2:

 

Davide Aprilini              davide.aprilini@gmail.com

Kalliope Schistocheili    kallisubacquea@libero.it

Leandro Cacciotti          leandro_92@virgilio.it

Emanuela Lucchetti      emanuelalucchetti.16@gmail.com

 

Premessa metodologica

Il Gruppo di lavoro si è riunito per ottimizzare la divisione dei lavori per le ricerche e gli approfondimenti riguardanti il tema dell'identità del migrante.

Abbiamo pensato di dividerci il lavoro in base alle fonti che pensiamo possano essere importanti ai fini della nostra ricerca:

 

Fonti bibliografiche: utilizzare la bibliografia fornita inerente l'identità del migrante per fornire una base e un quadro generale del tema affrontato; 

Web e motori di ricerca: raccogliere una sitografia che sia parte integrante del lavoro svolto, ma costituisca anche un collegamento esterno in grado di

fornire al lettore un ulteriore approfondimento, rispetto alle voci già presenti all'interno del sito; 

Mass media e quotidiani: l'intento è quello di utilizzare archivi online dei principali quotidiani, emittenti televisive e radio web per analizzare se e quanto

l'identità del migrante venga distorta o filtrata a livello mediatico per essere poi proposta al pubblico;  

Social media: l'uso dei social media potrebbe fornire interessanti spunti, perché riteniamo possa far emergere – attraverso gruppi, pagine e profili – elementi

di conservazione identitaria e di aggregazione; ma possa anche essere un luogo dove l'identità del migrante rischia di confondersi, di dissolversi, o addirittura

di annullarsi.

 

L'identità migrante

Storicamente l’Europa ha mobilitato la sua popolazione sia verso lontani possedimenti coloniali - con obiettivi di conquista e dominazione - sia nel nuovo mondo

come conseguenza della povertà, della persecuzione e della guerra. Gli europei un tempo si stipavano nelle imbarcazioni in arrivo a Ellis Island, a New York,

al Pier 21 di Halifax, in Canada, due luoghi divenuti oggi musei. Al Pier 21 attualmente sono esposte le foto dei profughi ungheresi che, sfuggiti alle repressioni

dopo la vittoria di Budapest nel 1956, festeggiavano il loro arrivo. Oggi le cose in Europa sono cambiate e i ruoli sembrano essersi invertiti. Gli europei, una volta

essi stessi migranti in ricerca di un destino migliore, ora si sono arricchiti, si sono rafforzati e “democraticizzati”; pertanto l’Europa non tanti anni fa distrutta dalla guerra, economicamente morta e disperata, ora è diventata la principale destinazione di chi cerca sicurezza e una vita migliore. Questa è la nuova realtà che molti europei devono ancora riconoscere.

Attualmente il tema dell’immigrazione ha definito la retorica politica in Europa, e probabilmente continuerà a farlo. Oggi il primo ministro ungherese Victor Orbàn, omettendo il recente passato di migrazioni del suo paese, si autodefinisce “illiberale” e chiude le porte ai profughi. Nel liberale e multietnico Regno Unito il tema

della migrazione diventa il tema centrale, il cuore della campagna referendaria sulla Brexit (bensì in quel caso riguardava per lo più le migrazioni interne all’Unione)

ed è destinata a dominare le elezioni in Francia e Germania dell’anno prossimo che si concentreranno sull’immigrazione extracomunitaria. In Francia, la cosiddetta teoria della grande sostituzione prevede che, come risultato delle migrazioni, il popolo francese sarà rimpiazzato da estranei non europei che alieneranno l’identità

del paese. Teorie simili vengono predicate dal movimento Pegida in Germania, il cui nome per esteso di certo non fa mistero delle proprie inquietudini fortemente xenofobe: “Patrioti europei contro l’islamizzazione dell’occidente”.

Ma qui si pongono alcune domande: chi sono questi nuovi migranti che così tanto preoccupano e allarmano i più o meno ricchi paesi europei? Chi sono queste persone che mettono in crisi le nostre certezze e la nostra tranquillità così faticosamente conquistate? Chi sono questi che osano a minacciare la nostra identità nazionale? Come li vediamo noi e come loro percepiscono loro stessi? In breve, quale è la loro identità di migrante?

Iniziamo da una importante precisazione: la stragrande maggioranza dei nuovi migranti non lascia il proprio paese di origine, costretta di affrontare un pericoloso, lungo e a volte mortale viaggio verso la “terra promessa”, mossa dalla povertà o dalla disoccupazione; la maggior parte di loro sono rifugiati politici o profughi di guerra in cerca di asilo e protezione al nostro continente democratico e liberale. I loro paesi nella maggior parte dei casi sono dissanguati da guerre intestine che mettono in pericolo la vita stessa della popolazione o da regimi autoritari e violenti che minacciano quotidianamente le libertà di persona e i diritti essenziali dei

propri cittadini.

Per farla breve gran parte di quelli “passeggeri” accatastati sui barconi che tentano di attraversare il nostro Mediterraneo e che sempre più spesso vediamo sul

nostro schermo televisivo, è povera gente che per paura della propria vita e quella dei loro cari, si vedono costretti ad abbandonare il proprio paese. In questo

modo noi europei ci siamo trovati “all’improvviso” con questa massa “minacciosa” di persone alle porte di casa nostra; un corpo estraneo, poiché diversi sia fisicamente sia culturalmente da noi, desideroso di rubarci non si sa che cosa. E noi paralizzati dalla paura che nel frattempo è diventata una vera e propria fobia

nei loro confronti, ci chiudiamo a noi stessi per difendersi oppure decidiamo di prendere la nostra vita in mano e combattere la nuova minaccia.

In ogni caso i migranti riescono ad arrivare nei nostri paesi e ad entrare nelle nostre vite; e noi con diffidenza e angoscia iniziamo ad elaborare, nella maggior

parte dei casi in modo contorto, la nuova realtà.

Così nascono nel nostro immaginario numerose rappresentazioni (e non immagini) dell’identità del migrante. Prende corpo una serie di stereotipi, di etichette

che vengono fissate a loro, e che difficilmente li abbandonano spesso anche dopo diversi anni trascorsi nel nostro paese. Per iniziare, una volta arrivati al nostro

paese dopo un pericoloso viaggio, loro non sono visti da noi come degli individui dotati di una personalità, un carattere, una storia, una cultura, ma piuttosto

come una massa indistinta di persone tutte uguali; in altre parole li neghiamo una loro identità individuale o meglio non ci interessa affatto chi fossero nei loro

paesi o se preferissero il calcio dal cricket. In un secondo momento, quando iniziano timidamente a stabilirsi nelle nostre città e ormai crediamo di conoscerli

bene, la nostra rappresentazione di loro assume dei connotati più precisi: ora diventano nel migliore dei casi dei vu’ cumprà che disturbano le nostre uscite

ricreative, o più spesso delle persone intenzionate a rubare i preziosi posti di lavoro facendoci soffocare nella disoccupazione; ma anche dei delinquenti pericolosi

che irrispettosi della nostra avanzata legislazione, tentano di entrare nelle nostre case per derubare i nostri beni, violentare le nostre figlie e spesso anche

ucciderci; o peggio ancora degli spietati terroristi che entrano segretamente nei nostri paesi camuffati da rifugiati di guerra, con unico scopo l’annientamento

della nostra civiltà. In sostanza, lo straniero per noi è quasi sempre “cattivo” e “colpevole”.

Un altro luogo comune riguarda il fatto che oltre a loro stessi i migranti portano purtroppo con sé, il proprio bagaglio culturale, la loro religione, la lingua,

le abitudini e così via, tutti elementi che potrebbero minacciare seriamente la nostra identità nazionale e contaminare la purezza della nostra razza indoeuropea! L’opinione dominante attualmente è che i migrati, specialmente quelli musulmani, nella loro stragrande maggioranza, restano per loro precisa scelta estranei alla nostra civiltà e cultura, e anzi tentano con ogni mezzo a loro disposizione di farci diventare come loro; in altre parole la mentalità comune percepisce l’arrivo dei migranti come una sorta di “guerra culturale”, o uno scontro di civiltà”.

Si tratta di “false” rappresentazioni, di stigmi peculiari che sfigurano l’identità dei migranti e compromettono drammaticamente la loro immagine. Attualmente

questo tipo di visioni viziate della figura del migrante come causa di tutte le crisi che attraversano il nostro paese vengono promosse con vigore dai media e

dal mondo politico della destra nazionalista e populista.

Così un’atavica paura nasce nelle nostre menti che muta in un obbligo reale e morale di mantenere una certa distanza da loro, una costante inimicizia che

in molti casi provoca l’esplosione di aggressività nei loro confronti; inoltre ci sentiamo quasi il dovere di difendere le nostre proprietà, i nostri figli, il nostro

lavoro, la nostra preziosa identità, tutti elementi seriamente e costantemente minacciati da loro.

E loro? Prima di tutto sono persone terrorizzate che si trovano quasi costrette, come più volte abbiamo riferito, a lasciare il proprio paese d’origine affrontando

un pericoloso e lungo viaggio verso il continente europeo, per interrompere la violazione dei loro diritti fondamentali o per salvare la loro stessa vita.

Chi di loro riesce a sopravvivere al temuto viaggio verso il “paradiso” europeo, passata l’euforia e il sollievo iniziale per avercela fatta, deve fare i conti con

una forte sensazione di spaesamento nelle società di accoglienza rispetto alla lingua, alla cultura e alla capacità di comunicazione; la cosiddetta “doppia assenza”

tipica dell’emigrato-immigrato di cui parla Sayad. Il migrante si sentirà improvvisamente che tutto è fuori dal suo controllo e resterà incapace di negoziare

per difendere se stesso. Superata anche questa difficile fase di adattamento, sarà probabilmente costretto a convivere in un opprimente centro di accoglienza e

inizierà a prendere coscienza della sua situazione; presto si renderà conto di dover svolgere una lunga e noiosa battaglia burocratica nel “suo” nuovo paese, caratterizzata da lunghe attese, file e incomprensioni delle procedure, per vedere riconosciuto il suo stato di migrante e quindi per acquisire un’identità. Intanto

dentro di lui una vera e propria battaglia si starà svolgendo; le ansie, le preoccupazioni e la paura per un futuro incerto inizieranno a crescere a dismisura.

Durante questa lunga fase che potrebbe durare anche anni, il migrante si sentirà intrappolato in un limbo, sì immateriale tuttavia invalicabile; lui sarà

completamente invisibile agli altri e privo di un qualsiasi tipo di identità; non avrà dei diritti e la sua stessa individualità sarà messa seriamente in dubbio;

sarà un vero e proprio nessuno e come tale li verrà rifiutata ogni fiducia. In altre parole gli verrà a mancare l’elementare riconoscimento del proprio essere

persona e la libertà e la sicurezza di autodeterminazione; gli verrà sottratto il proprio Io perché lui semplicemente non esisterà. Durante questa fase verrà a

mancare, nell’incontro con l’altro, con il noi, qualsiasi tipo di sentimento empatico. Ma nemmeno lui sarà in realtà disposto a raccontare la sua storia e le sue

sventure a noi, per una forma di istintiva ricerca di protezione, tramite l’oblio, dal ricordo di situazioni di violenza e sofferenza; è più probabile che lui cercherà

di sradicare dalla sua mente la memoria del viaggio e della scelta di viaggiare, ancora fonti di dolore lacerante. E poi lui crederà fermamente che chi non abbia affrontato il viaggio sicuramente non potrebbe capire… Pertanto sua unica consolazione probabilmente saranno le persone che si trovano nella sua stessa

situazione, con le quali potrà condividere l’esperienza della perdita, dello sradicamento, del viaggio e dell’arrivo. Durante questa fase liminale lui spesso

si chiederà se ha fatto bene a lasciare la sua patria, la sua famiglia e gli amici; se valeva la pena di affrontare tutto questo e se mai riuscirà ad avere un futuro

nel nuovo paese; ma, almeno in questa fase, le risposte a queste domande non arriveranno, e lui probabilmente si sentirà sconfitto, perduto e profondamente

solo, mentre l’atroce mancanza della propria casa (sentimento assente in un primo momento) inizierà a logorarlo. Sicuramente, specialmente se è così sfortunato

ad avere una colorazione della pelle meno candida della nostra, li capiterà di subire degli atteggiamenti più o meno razzisti e degli squadri diffidenti, frutto della

nostra paura verso il diverso da noi, verso l’altro. Alcuni di loro sicuramente riusciranno a superare questa fase durante la quale il proprio ego, il loro ego

resterà sospeso sopra un abisso che minaccerà di inghiottirlo; dopo una serie di battaglie alcune vinte ed altre perse una parte di loro riusciranno a vincere

la guerra. Il loro Io inizierà ad avere dei contorni meglio definiti; non saranno più delle ombre, ma avranno finalmente un volto, un nome, una voce; romperanno

la condizione di mutismo e isolamento in cui erano costretti e riusciranno a superare la iniziale diffidenza; permetteranno a loro stessi di ricordare e raccontarsi

agli altri perché anche loro finalmente esisteranno. A questo punto forse la loro iniziale rabbia e sconforto spariranno lasciando il posto alla concreta speranza

di una vita migliore. Forse una parte di loro riuscirà ad oltrepassare il limen, quella sottile linea rossa che separa il “noi” dal “loro”; forse il “loro” man mano

si trasformerà in “noi”. Sicuramente alcuni di loro ce la faranno. Ma gli altri?

 

  

Il Muro Mentale

Uno degli aspetti più visibili e simbolicamente più significativi dell’irrigidimento delle politiche nazionali ed europee nei confronti dei migranti è la costruzione

di nuovi muri, tra uno Stato e l’altro, per bloccare il loro arrivo. Ma dietro la costruzione dei muri fisici è presente un altro tipo di muro, quello mentale. Senza

un muro mentale non esisterebbe un muro reale. Dove è presente un muro è presente anche un problema, o c’è un problema che si cerca di mantenere fuori, delimitandone i confini. Dove esiste un muro esiste una diversità non accettata, una separazione tra “noi” e “loro”, tra “dentro” e “fuori”. 

Ma che cos’è un muro? Innanzitutto dobbiamo saper riconoscere che oltre ai muri fisici, eretti un po' ovunque in tutto il mondo, l’uomo, influenzato dalla

propria cultura e dalle proprie paure, nella vita quotidiana è abituato ad erigere costantemente dei muri mentali. Costituisce un muro tutto ciò che si

contrappone alla libera circolazione di idee, merci, cultura e persone e può essere definito semplicemente come una delimitazione, un confine tra due

mondi/proprietà differenti. È possibile quindi considerarlo come un ostacolo. Questi ostacoli possono essere muri naturali come le catene montuose, i mari

e le altre separazioni dovute alla natura, ma anche - e soprattutto nel caso degli immigrati – si può parlare di muri politici e soprattutto muri formali o mentali.

Purtroppo in questi anni stiamo assistendo alla nascita e all’innalzamento di muri mentali sempre più difficili da abbattere, alimentati dalla grave crisi

economica e dalla paura del terrorismo. Ogni giorno che passa, sorgono muri mentali sempre più alti e spessi da scavalcare, cementati da un misto di paure

e di pregiudizi comuni, alimentati da politici e mezzi di comunicazione. A questo muro lessicale, che trova spazio nei media e nelle classi politiche, molto

spesso trova corrispondenza nel mondo reale: di fatti a quel becero lessico fatto di insulti, luoghi comuni, stereotipi e paure, che non fanno che alimentare

timori e preoccupazioni nella società e nel singolo individuo, corrispondono regolamenti, procedure, leggi e accordi che rendono sempre più complesso

l’aiuto e l’accoglienza dei migranti.

Nell'attuale miscuglio dei timori occidentali l’immagine del migrante è un’immagine distorta e confusa, divenendo essa stessa un miscuglio generale.

Accade molto spesso che il migrante regolare, il migrante irregolare, il migrante economico, il profugo di guerra, il rifugiato politico, il musulmano ed infine

il terrorista diventino un’unica cosa, un unico insieme, quello dell’immaginario collettivo dell’immigrato. Tutte queste persone, ai nostri occhi oggi, diventano

uguali, non riconosciamo una loro identità individuale e li classifichiamo secondo categorie collettive perdendo di vista il lato umano di ogni singola persona

che ci viene a chiedere aiuto. Nelle immagini diffuse dai media mondiali raramente riusciamo a vedere il migrante come una “persona”, come un essere

umano che ha bisogno di aiuto, ma quasi sempre cogliamo in quelle stesse immagini solo accezioni negative che ci fanno vedere il migrante come un pericolo

per la società, un ulteriore competitore per un lavoro, una casa e per il cibo.

I migranti, prima di giungere in un paese considerato sicuro, hanno dovuto scavalcare e abbattere numerosi muri che gli si sono posti durante il loro lunghissimo viaggio. Già l’dea di lasciare il proprio paese per cercare fortuna altrove è la conseguenza di un abbattimento di un muro mentale molto forte

e radicato in ognuno di noi, quello dell’abbandono della propria casa, dei propri affetti e della propria famiglia. Una volta scavalcati questi muri, il migrante

deve superarne di nuovi, questa volta fisici/reali rappresentati dal viaggio. Una volta giunti nei paesi di arrivo, sono costretti a dover affrontare nuove sfide,

nuovi muri da scavalcare e da abbattere, questa volta ancora più spessi e radicati, i muri mentali della società che li accoglie. Noi italiani dovremmo essere

i primi ad avere nella propria identità culturale nazionale l’accoglienza e la convivenza alla pari con gli altri: Fino a poco tempo fa, i nostri nonni o bisnonni,

o almeno un parente, a causa di diversi fattori contingentali furono costretti ad emigrare all’estero alla ricerca di lavoro e sostentamento per loro stessi e

per le loro famiglie. Noi, come loro, abbiamo dovuto affrontare luoghi comuni e muri mentali dovuti all’accezione negativa affibbiataci da quel linguaggio

becero che purtroppo noi, molto spesso, affibbiamo ai nuovi migranti: criminali, furbi e neri, sintomo di sporcizia e di poca igiene.

Oggi, nel 2016, assistiamo ad una nuova guerra fredda, tra “noi” e “loro”, come se fossimo due poli che invece di attrarsi e convivere pacificatamene si

oppongono in modo perpetuo. Non dimentichiamo che il simbolo della fine della Guerra Fredda nel 1989 è segnata dal famigerato crollo del Muro di Berlino,

eretto per separare quei due mondi diversi e opposti, quali il capitalismo e il comunismo. Quel mondo diviso tra due ideologie è ormai sparito e ha fatto

spazio ad un nuovo processo mondiale, la globalizzazione. Questo nuovo mondo e questo nuovo modo di vivere la società, non è riuscita però ad abbattere

le barriere più spesse e durature, quelle mentali. Di fatti oggi viviamo in un mondo economicamente imperniato su politiche neoliberiste, quindi aperte

a qualsiasi tipo di scambio economico/commerciale, e totalmente globalizzato, eppure perché in un mondo così economicamente libero esistono ancora

dei confini mentali e fisici sul bene più importante del mondo, la vita umana?

 

Il Muro Fisico

La parola muro – nella sua accezione fisica – indica una struttura di sviluppo verticale, costruita e costituita in pietra, mattoni e laterizi sovrapposti e tenuti

insieme da calce, cemento e altri tipi di composti. Esso può svolgere sia una funzione di sostegno e di riparo ma anche di impedimento e ostacolo.

Storicamente le mura venivano utilizzate per la difesa degli attacchi esterni, aveva quindi il ruolo di separare la realtà conosciuta dalle minacce ignote.

A tale scopo sono molti gli esempi che si possono fare nell’antichità; le città mesopotamiche; le mura che collegavano la città di Atene con il Pireo e Falero;

la grande muraglia cinese – lunga circa 6.350 chilometri - e il celebre vallo di Adriano in Gran Bretagna. Tutti costruiti allo scopo di proteggersi dall’ignoto, dall’estraneo.

In un mondo globalizzato come quello in cui viviamo oggi, in cui si affermano con vigore anche le prospettive storiografiche dell’Atlantic History, della Global

History della World History, che mirano proprio ad abbattere le differenze e le pareti che si ergono contro ogni logica, sarebbe impossibile pensare di costruire

muri per proteggere i propri interessi come fosse l’orticello di casa. Ma purtroppo non è così, la lista dei muri edificati nell’era della globalizzazione è piuttosto

lunga, e a farne le spese sono le tradizioni, i valori e l’identità delle culture coinvolte:

 

Il muro di Berlino
Costruito tra il 12 e il 13 agosto 1961 per arginare il flusso di migranti provenienti dalla Germania Est, è il muro più celebre al mondo.

Lungo più di 155 chilometri, è stato incrementato e potenziato nel tempo con la costruzione di una seconda barriera, filo spinato ad alta tensione e mine

anti-uomo nella cosiddetta “striscia della morte” lo spazio largo una decina di metri tra i due muri. Nei 28 anni in cui divise la città, un centinaio di migliaia

di persone cercarono di attraversarlo con le tecniche più disparate e almeno 136 persone morirono nell’impresa.

 

 

La linea di demarcazione militare coreana
Questa linea non separa una città, ma due nazioni: Corea del Nord e Corea del Sud, la nazione più isolata del mondo da una parte e una delle più moderne dall’altra. Tracciata in coincidenza con il 38° parallelo Nord, taglia la penisola coreana in due. La linea fu stabilita dall’armistizio che concluse la Guerra di Corea, nel 1953.

La linea è in realtà una zona demilitarizzata larga due chilometri e lunga 246. Se è vero che in quei due chilometri la striscia è effettivamente una terra di nessuno,

così non vale per i confini delle due nazioni, tra i più armati del mondo: oltre mille posti di blocco e due milioni di soldati in perenne assetto di combattimento. Ufficialmente, infatti, le due nazioni sono ancora in guerra tra loro.

 

 

Le mura che separano Israele dai territori della Palestina
I muri più tristemente famosi della storia recente. Si inizia nel 1994, dopo gli accordi di Oslo, con 60 chilometri di barriera completati nel ’96 per dividere la Striscia di Gaza dai territori di Israele. In gran parte distrutta dai palestinesi durante la seconda intifada, la barriera viene ricostruita tra il 2000 e il 2001, ed è stato aggiunto un chilometro di zona cuscinetto. Con la giustificazione di difendersi dagli attacchi terroristici, Israele ha avviato nel 2002 la costruzione di un altro muro, questa volta per delimitare i territori della Cisgiordania. Il percorso dei 730 chilometri di barriera, passante anche in mezzo a Gerusalemme e Betlemme, è stato modificato decine di volte. Preoccupato dalle primavere arabe e dai profondi rivoltamenti dei Paesi vicini, Israele sta costruendo altri muri: uno al confine con l’Egitto e uno con la Siria. Una nazione che sta diventando una roccaforte, con circa 800 chilometri di muri, barriere e recinzioni.

 

 

La barriera di separazione tra Messico e Stati Uniti
Il 1994 è per coincidenza anche l’anno d’inizio di costruzione dei muri sul confine che divide le due grandi nazioni Nord-americane. Le barriere sono state costruite per limitare il flusso d’immigrazione messicana e, a oggi, dei 3.140 chilometri di confine tra Pacifico e Atlantico, circa 1.100 sono presidiati da barriere. Questo muro è probabilmente il più tecnologico del mondo. Una delle conseguenze della costruzione dei muri, principalmente presenti in aree urbane, è stata quella di spingere i migranti ad attraversare il confine nelle zone desertiche del territorio, innalzando e-normemente il numero di persone morte nel tentativo di entrare negli Usa.

 

 

 

La Linea Verde di Cipro
Istituita nel 1974 a seguito dell’invasione turca di Cipro, la Linea Verde divide la Repubblica di Ci-pro a Sud, abitata in maggioranza da greco-ciprioti, e la Repubblica Turca di Cipro a Nord, abitata in maggioranza da turco-ciprioti. In teoria la Repubblica di Cipro estende la sua sovranità su tutta l’isola, ma di fatto non ha potere sulla parte Nord dell’isola, controllata dalla Turchia. Il governo di Ankara è anche l’unico al mondo che riconosce l’autorità della Repubblica Turca di Cipro. La Linea è un’area demilitarizzata controllata dall’Onu, lunga 180 chilometri con una superficie di 350 chilometri. Il muro divide la stessa capitale dell’isola, Nicosia. Il termine “linea verde” ha assunto il significato comune di confine provvisorio tra due nazioni in conflitto.

 

 

 

Peace Lines nell'Irlanda del Nord
Le Peace Lines sono una serie di barriere che percorrono l’Irlanda del nord in vari punti, principalmente a Belfast e a Derry. Le prime Peace Lines vennero costruite nel 1969, anno d’inizio dei “troubles”, per separare la popolazione cattolica e quella protestante. Originariamente sarebbero dovute durare sei mesi, ma vista la loro efficacia e il consenso di entrambe le parti al loro mantenimento, sono state tenute e in seguito incrementate. Oggi le barriere sono 48, con una lunghezza complessiva di 34 chilometri, in gran parte situate a Belfast.I varchi sono aperti di giorno e chiusi di notte. Uno studio realizzato nel 2012 indicava che il 69% della popolazione considerava le barriere ancora necessarie a causa delle potenziali violenze.

 

 

 

Le barriere di Ceuta e Melilla
Appartenenti alla Spagna fin dal quindicesimo secolo, i porti di Ceuta e Melilla rappresentano l’unico pezzo di Europa in Africa. Nonostante le ripetute richieste di annessione da parte del Ma-rocco, la Spagna si è sempre rifiutata di cedere due avamposti così strategicamente importanti. Le due città sono separate dal Marocco da due distinte barriere alte 3 metri, lunghe 8 chilometri a Me-lilla e 12 a Ceuta, costruite per controllare l’immigrazione irregolare marocchina . Nel 2005 si è ve-rificato l’incidente più grave dalla costruzione delle recinzioni nel 1999. Centinaia di persone tenta-rono di sfondare le barriere e vennero fermate dalla polizia spagnola e marocchina. Il bilancio degli scontri fu di 5 morti e più di 100 feriti.

 

 

 

Linea di controllo del Kashmir
Linea di demarcazione stabilita dopo la guerra indo-pakistana del 1947, divide la regione del Kashmir in due: a Sud la regione di Jammu e Kashmir sotto l’amministrazione indiana, e a Nord l’Azad Kashmir ed i territori del Nord, amministrati dal Pakistan. Nel 1990 l’India ha iniziato a costruire dal suo lato della linea una barriera per isolare la frontiera e difenderla da incursioni di guerriglieri pakistani. È stata completata nel 2004 e copre 550 dei 740 chilometri di lunghezza della linea. La terra di nessuno oltre la barriera è stata riempita con migliaia di mine.

 

 

 

Lo Specchio

L’immigrazione come detonatore del discorso cognitivo


Specchiarsi è molto semplice e quasi spontaneo. È un gesto a cui siamo abituati e, tendenzialmente assuefatti. Materialmente inteso, lo specchio è per eccellenza

lo strumento che veicola l’autoriconoscimento: guardarsi e ricevere come feedback la nostra immagine riflessa. Spesso questo incontro con il proprio Io viene esasperato per una fisiologica mancanza di sicurezza che continuamente destruttura e ci induce a testare la nostra rappresentazione nello spazio, nella speranza

che sia sempre all’altezza di una conclamata approvazione sociale. Quando gli specchi perdono la loro dimensione materiale, diventano persone.

E così ci specchiamo negli altri; la tipologia di approccio verso l’alterità rivela dettagli su noi stessi, ci fa capire chi siamo.


La “questione migranti” non porta con sé unicamente discussioni di tipo sociale, politico e giuridico, ma contribuisce anche all’impostazione di un discorso cognitivo.

La presenza degli immigrati stimola interrogativi nella società di accoglienza, favorisce l’indagine sulla comunità di arrivo che, in tal modo, è tacitamente invitata

ad una automatica e profonda riflessione su se stessa. L’immigrazione ha, pertanto, la “funzione di specchio”, come sostenne nei suoi scritti il sociologo algerino naturalizzato francese Abdelmalek Sayad.
Inquadrata in questi confini, l’immigrazione, o meglio, il flusso di persone che muovono dal loro paese d’origine verso viaggi incerti e agognate nuove mete, risulta concettualmente un’idea sempre meno lontana dalla nostra quotidianità. Se parliamo di immigrati, parliamo di “altri” ma, ragionando attraverso la metafora dello specchio, questa alterità sembra quasi annullarsi poiché è anche, e soprattutto, il confronto con l’altro che de-finisce noi stessi.


Luigi Lombardi Satriani, antropologo calabrese, estende questo tipo di metafora comprendendo l’interno ambito antropologico, caratterizzato da una molteplicità

di linguaggi in attesa di decodificazione:


[…]Ho detto dello sforzo di rifletterci nell’altro, del nostro rispecchiarci in lui.
Si delinea così il tema dell’antropologia come specchio, ma l’antropologia consiste essenzialmente, come si è appena detto, in un’ininterrotta, anche se quasi sempre inconsapevole, autobiografia. Lo specchio, allora, rinvia a un altro specchio, si riflette in esso e questo a sua volta rinvia le sue im-magini al primo, che le restituisce in una sequela automolteplicantesi, perché non di uno specchio soltanto si tratta, ma di una pluralità di specchi e, quindi, di un’estesissima molteplicità di immagini.
L’antropologia, così, non è più soltanto lo “specchio dell’uomo”, ma una stanza degli specchi, che trasmette al singolo uomo una miriade di immagini, in un groviglio di sguardi incrociantesi, attra-verso i quali gli uomini dicono il loro bisogno di non essere soli, la loro esigenza di un senso pur-chessia. Del loro esistere. […]


Non più dunque un unico specchio, bensì una stanza intera sta al centro della riflessione di Lombardi Satriani. La molteplicità degli specchi anticipa l’innumerevole quantità di immagini riflesse che simboleggia l’intricata rete tra le cui maglie dobbiamo vivere e sopravvivere.


Ecco pertanto che i due concetti antropologici di specchio e identità personale sono strettamente connessi. Ad essi si aggiunge, consequenzialmente, il discorso sull’identità del migrante che, attraverso un processo costruttivo delle differenze, si lega e arricchisce indirettamente il tema della soggettività. L’identità del

migrante è anche la nostra, di riflesso, per contrapposizione. E nell’interazione, l’identità si costruisce.
Ma cos’è l’identità? Complessa struttura mentale, essa deve la sua origine etimologica alla radice –id del perfetto del verbo greco ?ρ?ω: “vedere”. È ciò che

si vede, ciò che percepiamo di noi stessi tramite il filtro della cultura, intesa come sistema. “Ogni identità quando si afferma contestualmente ne richiama

un’altra o una molteplicità di altre” sostiene la sociologa Gioia Longo, docente di Antropologia Culturale presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza.
Ciò che interessa particolarmente è la multidimensionalità dell’Io all’interno del quale convivono identità e alterità, conoscenza di se stessi attraverso l’interiorizzazione dell’altro: nella relazione io/altro impariamo dunque a vederci.
È qui che subentra inevitabilmente il dispositivo metaforico dello specchio. La cui capacità di ri-flessione implica uno sforzo intellettuale verso la verità e la realtà.

Il nostro alter ego si trasforma; non si limita, ormai, esclusivamente all’immagine che si ha di sé, ma sconfina in mille e più volti che, per mezzo dell’alterità, ci permettono di compiere un cammino a ritroso verso noi stessi.


L’ispanista Maria Grazia Profeti, nel suo libro "La maschera e l’altro", utilizza un escamotage narrativamente accattivante per ripercorrere la storia del rapporto io/altro con incontri e scontri annessi. L’autrice descrive un ciclo romanzi (nel caso specifico, essi sono afferenti alla tradizione spagnola: campeggiano autori e

poeti come Lucas Rodriguez, Gabriel Lobo Laso de la Vega e Pedro Padilla) che narra e tramanda la leggenda il cui protagonista è il moro Tarfe, immerso in una storia di contrapposizione tra i nobili cavalieri musulmani e i paladini cristiani. Sullo sfondo vi è Granada. Come riferito dall’autrice stessa, degna di nota è la presentazione che, in questi racconti, viene fatta del moro. Laddove non siano presenti toni di terrore e pennellate macabre, la descrizione dell’altro (ragionando eurocentricamente) è perfettamente speculare a quella del cavaliere cristiano, simbolicamente positivo come vuole la tradizione ariostesca ma non meno pericoloso

del suo nemico. L’obiettivo è l’allestimento di un dialogo costruttivo con l’estraneo.


[
…]Moro e cristiano si riflettono uno dentro l’altro come di fronte ad uno specchio: il cristiano non trova l’altro ma il suo doppio, l’uguale a sé, negandosi al reciproco riconoscimento delle diversità perché è preponderante il bisogno di rassicurarsi rispetto all’angoscia di credersi inferiore; per il moro si tratterà di uno “specchio rubato”, in quanto nella superficie riflettente del romance fronterizo non vedrà l’autentico se stesso ma se stesso camuffato da cristiano, vedrà solo la maschera che appaga i desideri narcisistici del castigliano […].


La simbiosi che si crea tra i due interlocutori mescola in tavola le carte dell’identità, pone uno “specchio” in mezzo che accentua la ricerca del sé autentico.
La riflessione che l’estraneo, il diverso, lo straniero e tutto ciò che apparentemente non ci riguarda, ci induce a fare è, di rimando, un’indagine su noi stessi.
Il tema caldo dell’immigrazione mette a nudo la nostra reazione ed esso e, di conseguenza, svela chi siamo, i nostri sistemi culturali, retroterra, paure e dinamiche psicologiche.

(Cfr. anche Tre concetti per l'identità migrante)

 

BIBLIOGRAFIA SUL TEMA

Bibliografia inerente l'identità migrante:

• Sviluppare la competenza interculturale: il valore della diversità nell'Italia multietnica. Un modello operativo, Ciancio B. , Franco Angeli, 2014
• L'identità ferita. Genealogie di vecchie e nuove intolleranze, Campioni G., ETS, Pisa, 1992
• Identità e cultura, Di Cristofaro Longo G., Ediz. Studium, Roma, 1993
• La stanza degli specchi, Lombardi Satriani L., Meltemi, Roma, 1995
• La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, Abdelmalek Sayad, Cortina, Milano, 2002

• Come un uomo sulla terra, Carsetti M., Triulzi A. (a cura di), Roma, 2009.

• Orientalismo. L’immagine europea dell’oriente, Said e. W., New York, 1978.

• Lavorare per l’integrazione, Alderman L., in “Internazionale”, 21/27 ottobre 2016

• Sulla pelle dei migranti, Bühler A., Koelbl S., Mattioli S., Mayr W., in “Internazionale”, 28 ottobre/3 novembre 2016                                                                                 • Cosa ci insegnano i migranti sull’europa, Nougayrède N., in “internazionale”, 4/10 novembre 2016

Sitografia

 

Archivio digitale Corriere della sera - http://digitaledition.corriere.it/

Archivio digitale la Repubblica - http://quotidiano.repubblica.it/

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