Vorrei essere a righe

 

 

 

 

 

 

Identità

 

 

 

 

 

 

 

Il cammino della speranza

 

 

 

 

 

 

 

Un corpo estraneo

 

 

 

 

 

 

La nave Aquarius

 

 

 

 

 

 

 

 

Pakistano in Inghilterra

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

POLITICA INTERNAZIONALE E DELLE MIGRAZIONI

Corso di Laurea magistrale in Storia e società

 

Analisi dell'identità migrante e del ruolo dei media

 

Gruppo 2

 

Laura Marroccu       laura.marrocu@uniroma3.it

Fabio Panzano          f.panz@libero.it

Federico Gigli          federicogigli90@hotmail.com

 

 

L'identità migrante

 

Il punto di vista del Governo italiano  (Fabio Panzano)

Possiamo spendere molte parole per definire chi è un migrante; comunque, è per prima cosa una persona: verrebbe quasi da dire che il termine

è solamente un aggettivo, ma quello che importa è l’individuo con tutto la sua storia individuale e la sua personalità. La storia di ogni singolo

individuo e l’ambiente in cui vive determinano in determinate circostanze la volontà di migrare.

Vista però l’attualità, credo sia opportuno partire dall’interpretazione del concetto di migrante che viene data dal programma dell’attuale Governo

italiano; non tanto per condividere o condannare, quanto perché l’attuale situazione politica è assolutamente nuova e ci troviamo di fronte ad un

modo di gestire le situazioni che sembrerebbe avere il pregio della sincerità.

Partiamo quindi da Contratto di Governo stipulato tra la  Lega e il Movimento 5 stelle, http://download.repubblica.it/pdf/2018/politica/contratto_governo.pdf:

al punto 13 si parla di Immigrazione, rimpatri e stop al business.  Già dal titolo vediamo che, per chi scrive il programma,  è determinante soproattutto

la questione dei rimpatri; in sostanza si dà per scontato, noto e non oggetto di discussione, che l’immigrazione vada contrastata.

Andando avanti nella lettura, emerge che il problema dell’immigrazione (quindi non è discutibile che si tratti di un problema) è un fatto di ordine pubblico,

dove la priorità è il rimpatrio; e si arriva anche ad ipotizzare di definire “specifiche fattispecie di reato”. Quindi, in sostanza, determinati comportamenti,

se tenuti da un cittadino italiano non costituiscono reato, se invece tenuti da un immigrato potrebbero costituire reato.

Si arriva infine ad immaginare la possibilità che “la valutazione dell’ammissibilità delle domande di protezione internazionale debba avvenire nei paesi

di origine”. Si prevede quindi di costituire nei paesi di origine appositi organismi deputati a valutare il diritto alla fuga dei perseguitati politici di quello

stesso paese.

Altro argomento trattato con attenzione è quello dei ricongiungimenti familiari: che, a quanto si legge, vanno resi più difficili, valutandone l’effettiva

sostenibilità economica. In sostanza quindi l’esercizio di un diritto della persona è subordinato all’aspetto economico.

Il termine “persona” non viene mai utilizzato, così come non si parla di lavoro né di inserimento.

In conclusione l’identità migrante per il nostro Governo è così chiaramente definita: queste persone sono indesiderati che costituiscono un costo

e che vanno identificati come sospetti e potenziali criminali. E’ un’identità definita che non lascia alcuno spazio a sfaccettature o differenze.

 

Confine: spaziale o economico?  (Fabio Panzano)

Se pensiamo al concetto di confine la prima cosa che ci viene in mente è il concetto di limite spaziale: il confine tra uno stato, una regione, ed un altro stato.

Il migrante è colui che attraversa questo limite e si sposta. Ma in fondo il confine è anche  limite tra una condizione economica ed un’altra: il confine tra

ricchi e poveri, tra società opulenti e società con minori disponibilità economiche.

In fondo è questo il punto più importante: se supera il confine una persona con solo pochi panni addosso è un problema, (https://www.repubblica.it/cronaca/2018/07/20/news/josefa_torna_a_sorridere_migranti-202279372/)

se arriva – per dire – un saudita ricco il problema è ben diverso (http://www.interno.gov.it/it/galleria-immagini/ministro-salvini-riceve-viminale-lambasciatore-regno-dellarabia-saudita-italia-faisal-bin-sattam-bin-abdulaziz-saud) .

Se vogliamo tornare ad una dimensione storica, ma in fondo se capiamo la storia siamo a buon punto anche con l’attualità,  proviamo a rivedere un bel film

del neorealismo italiano: “Il cammino della speranza”di Pietro Germi, del  1950, ( https://www.youtube.com/watch?v=lwST3TpCZCM).

Il film racconta l’emigrazione di un gruppo di minatori siciliani da una miniera agrigentina, chiusa per motivi economici, alla Francia. Passano dalla Sicilia

a Roma in treno, superano il confine interno visto che all’epoca non era ancora possibile spostarsi liberamente all’interno del territorio nazionale e poi

in maniera drammatica attraversano nella neve il confine francese. Le circostanza sono diverse ma se ci pensiamo non così diverse da quelle affrontate dalle

persone che oggi viaggiano per migliaia di chilometri in Africa per poi attraversare (ancora) nella neve il confine francese oppure  per mare il canale di Sicilia.

Ma in fondo il vero confine da attraversare  è un altro: è quello sociale ed economico.  I protagonisti del film sono poveri, vestono male, non parlano bene

l’italiano e non conoscono le regole.  Il confine è il riscatto sociale ed il diritto ad una vita meno misera.

Guardando l’ultima scena del film dovremmo forse chiederci quanto sia cambiata la la situazione italiana.  Nel racconto di Germi i gendarmi francesi sulla

neve guardano i migranti del 1950, poveri e non meno neri di quelli del 2018, e girando gli sci li lasciano passare.  La speranza, appunto.

 

Vedi anche: La parete, il confine, lo specchio (cfr. Corso 2015)

 

Il migrante come caso di corpo estraneo in antropologia (Federico Gigli)

È molto importante provare ad analizzare il rapporto che esiste tra il successo di alcuni leader politici europei e il concetto di identità migrante.

Il sociologo algerino Abdelmalek Sayad affermava che la migrazione è sempre considerata una colpa, un tradimento. Il migrante che parte tradisce

la sua comunità perché abbandona la sua casa e mette in discussione l’integrità del suo gruppo di appartenenza, ma allo stesso tempo minaccia

anche l’identità del gruppo con il quale entra in contatto.

Trovandosi rifiutato sia dalla comunità di partenza che da quella di arrivo, il migrante rimane bloccato in una identità transitoria, diventa quello che

gli antropologi definiscono un “corpo estraneo”. Lo straniero ci mette davanti al fatto che la nostra identità non è l’unica, non è qualcosa di assoluto,

ed è il motivo per cui un diverso colore della pelle, o semplicemente un linguaggio del corpo differente, possono creare disagio e repulsione nei

confronti di quest’ultimo.

La mente umana mantiene dei meccanismi primordiali legati alla conservazione della specie, degli specifici circuiti neurologici che si attivano nel

momento in cui proviamo emozioni, soprattutto la paura, l’ansia, quando non riusciamo a riconoscere come familiare uno stimolo sensoriale,

che sia uno strano rumore o un viso di un colore diverso. L’estraneo attiva in ognuno di noi processi sottocorticali che vengono elaborati

velocemente per prendere più in fretta possibile una decisione che potrebbe salvarci la vita. Questo può essere utile in situazioni di reale pericolo,

ma ci porta a conclusioni sbagliate e affrettate in molte altre, generando quello che viene definito come bias cognitivo.

Ad esempio, il premio Nobel 2017 per l’economia Richard Thaler sostiene che nell’ambito finanziario l’essere umano non è razionale, anzi, ragiona

molto spesso in maniera affrettata e di “pancia”. Un tipico bias cognitivo è: “se il titolo azionario A è salito, continuerà a salire e mi farà guadagnare,

quindi lo compro”. Questa “scorciatoia mentale” ci porterà verso decisioni frettolose, prese senza analizzare a fondo la situazione finanziaria di quel

determinato titolo A.

Di bias cognitivi è ricco anche il tema dell’immigrazione: se un immigrato commette un crimine, tutti lo commettono, se è povero, allora lo sono tutti

e così via, giungendo a facili semplificazioni ed alla creazione di stereotipi.

I politici, molto spesso coadiuvati da i mass media in cerca di ascolti, utilizzano a loro vantaggio questa “imperfezione” della mente umana e cavalcano

lo sgomento creato dal “corpo estraneo” e da una crisi economica che imperversa sull’ Europa da 10 anni, creando un mix esplosivo ed uno strumento

elettorale molto potente.

Facendo un esempio, nella dialettica politica di oggi in Italia, non interessa a nessuno che un migrante sia un migrante economico o un richiedente

asilo o un rifugiato politico, ma si mette in atto una semplificazione che vuole fare leva sulle paure dell’elettorato e che genera un’identità distorta

del migrante, senza differenziazioni, usando termini come extracomunitario o clandestino che vanno a richiamare il concetto antropologico di corpo

estraneo.

Quello che sarebbe necessario, soprattutto da parte dei mass media, sarebbe la ricerca di chiarezza, iniziando ad utilizzare la giusta terminologia,

per quello che riguarda l’identità migrante. Una corretta scelta delle parole aiuterebbe a normalizzare e capire i concetti legati all’immigrazione,

riportando ad un livello razionale le scelte e le posizioni prese in materia.

 

Identità Migrante: muri, fossati e una sola piccola nave  (Fabio Panzano)

E’ tempo di muri. Alti e muniti di filo spinato, nell’eventualità che non siano alti a sufficienza. Non è che siano proprio una novità: i muri, o le mura,

per tener fuori il nemico ci sono sempre stati, dal Vallo di Adriano per difendere la Britannia romana alla Grande muraglia per tener lontani i mongoli.

Oppure le splendide mura delle città medievali italiane (Lucca per esempio) oggi ammirate e visitate da turisti e fotografi.

Tutti esempi lontani nel tempo ma che  non hanno protetto chi le costruiva ed oggi sollecitano solo l’interesse del turista.

Chissà se qualche turista del futuro andrà mai a vedere il muro tra USA e Messico, la cui costruzione iniziata tanti anni fa viene ora accelerata dal

Presidente Trump http://www.art-news.it/usa-stanziati-i-fondi-per-il-muro-anti-migranti-al-confine-con-il-messico/   al prezzo di 25 miliardi di dollari.

Ma quante persone si potrebbero accogliere con la stessa cifra?

Noi in Italia siamo favoriti dalla geografia e non abbiamo bisogno di spendere soldi per costruire muri:  abbiamo il fossato pieno d’acqua del Mediterraneo.

In fondo naturale complemento di ogni muro medievale che si rispetti. Risparmiando sulla spesa per il muro possiamo concentrarci sull’informazione e

sul tenere lontano chi cerca di mantenere il rispetto per la persona umana.

Restiamo umani, diceva Vittorio Arrigoni giornalista e scrittore ucciso nel 2011 https://it.wikipedia.org/wiki/Vittorio_Arrigoni). 

Oggi forse è il tempo in cui restare umani non va più di moda: meglio italiani, francesi, valligiani; insomma con un’identità piccola e ben definita.

Per chi invece volesse continuare ad andare in direzione ostinata e contraria ricordiamo sempre la necessità di stare particolarmente attenti ai rifiuti,

onde evitare il ripetersi di quanto accaduto a Medici senza Frontiere, con la nave Aquarius: (https://www.repubblica.it/cronaca/2018/11/20/news/nave_aquarius_sequestrata_per_un_inchiesta_sulla_gestione_dei_rifiuti_indagata_msf-212106685/).

Se invece ci si volesse informare su quanto accade nel nostro fossato difensivo, possiamo consigliare di seguire l’attività di quella che oggi è l’unica nave

che nonostante tutti gli ostacoli percorre quel tratto di mare: https://www.facebook.com/Mediterranearescue/

Quanto sia difficile  il continuo lavoro di informazione di Mediterranearescue  è testimoniato dal  post del giorno 8/11 https://www.facebook.com/Mediterranearescue/photos/pcb.287753451845886/287752971845934/?type=3&theater,

che sembrerebbe attestare un continuo impegno delle autorità volto ad impedire che quest’unica nave si trovi ad soccorrere persone in difficoltà

o ad assistere ad operazioni di soccorso messe in atto dalla marina libica.

 

L’identità del migrante di seconda generazione: l’esperienza britannica di Hanif Kureischi (Laura Marrocu)

Hanif  Kureischi è un drammaturgo, sceneggiatore, scrittore e saggista britannico. È nato il 5 dicembre 1954 a Londra, da padre indio-pakistano

e madre inglese. Suo padre proveniva da una ricca e anglicizzata famiglia e si trasferì in Inghilterra per studiare all’ Università. Lavorò nell’ ambasciata

pakistana e sposò una donna inglese.

Nei suoi film e nei suoi libri Kureischi ha rappresentato la comunità asiatica, gli anglo-pakistani, immigrati di seconda generazione

e le relazioni che questi avevano con la società tatcheriana degli anni ‘80. Kureischi ha parlato spesso nelle sue opere del quartiere di periferia

in cui viveva, della sensazione di essere tagliato fuori dalla vivacità culturale e del razzismo subito da compagni e insegnanti.  Lui i sentiva inglese.

Oltre ad essere nato e cresciuto in Inghilterra,  non parlava l’indi e non aveva ricevuto alcuna formazione religiosa. Nonostante questo ha avuto

problemi ad essere riconosciuto come cittadino britannico perché la società continuava a percepirlo come straniero. Anche se la sua famiglia apparteneva

ad una fascia ben istruita e ricca della società, i suoi compagni continuavano a considerarlo un incivile. Gli anglo-pachistani  venivano considerati 

dei sottosviluppati, incapaci di parlare un buon inglese e per questo schermiti pubblicamente. Nel dibattito pubblico i pakistani erano percepiti come

“alieni”.Questa rappresentazione identitaria provocava in lui molti problemi di accettazione.

La morte del padre e il viaggio in Pakistan ha creato una nuova crisi nel regista: da una parte sperimenta il senso di calore della famiglia, ma

parallelamente sviluppa una sua estraneità a quel mondo, prende quindi coscienza di come lui stesso  non si rispecchi più in nessuna delle due culture.

Queste dinamiche molto diffuse tra gli immigrati di seconda generazione portano anche ad una identità  in-betweeness:  a metà tra una cultura inglese

di formazione e quella asiatica ereditata. Una ricerca continua di identità in una società che continua a percepire anche l’immigrato di seconda

generazione uno straniero. 

Filmografia

My Beautiful Laundrette, Stephen Frears, Regno Unito, 1985

Sammy and Rosie Get Laid, Stephen Frears, Regno Unito, 1987

Bibliografia

The Black Album,  London, Faber and Faber 1995

 

Europa, Italia: integrazione (Fabio Panzano)

 

Se oggi, domenica 1 dicembre, si pensa all’immigrazione viene automatico pensare alle dodici persone, dodici naufraghi,  rimaste per dieci giorni a bordo

di un peschereccio spagnolo prima che Malta decidesse di soccorrerli e la Spagna di accoglierli (https://mediterranearescue.org) .

Raccogliere dei naufraghi è la base del diritto del mare, in guerra si raccolgono da sempre i naufraghi delle navi nemiche affondate. Eppure il gommone

ed i naufraghi sono  un’immagine fuorviante che se vogliamo far qualcosa di costruttivo dobbiamo superare. Immigrazione è infatti composta da accoglienza

ed integrazione: se l’accoglienza deve essere scontata di  integrazione invece non si parla abbastanza anzi, non se ne parla affatto. E questa è probabilmente

una responsabilità anche dei settori più attenti a questi fenomeni.

Invece bisogna parlarne partendo dall’assunto che l’integrazione si fa in due  e che non si può ignorare il senso di paura o di non comprensione che viene da

una certa parte della nostra comunità. E’ indubbio che c’è chi politicamente lucra su questi aspetti ma è d’altra parte certo che a chi non capisce ed è

spaventato non si può rispondere con le statistiche.

E allora la domanda è una sola: che fare? Ne parlava con riferimento ad un problema più vasto ma che comprende anche il tema di cui stiamo parlando

Gustavo Zagrebelsky su Repubblica pochi giorni fa (http://www.libertaegiustizia.it/2018/11/25/e-arrivato-il-tempo-della-resistenza-civile/): parlava di una

risposta basata su dissenso, rispetto e mitezza, cultura.

Insomma quello che dobbiamo fare è allacciare rapporti  soprattutto con chi la pensa in maniera diversa dalla nostra e non stancarci mai di spiegare con

rispetto e mitezza che il rapporto con gli altri è in fondo sempre e semplicemente un arricchimento reciproco.

Questa sera ho appena finito di vedere l’intervista a Nanni Moretti il cui film “Santiago, Italia” uscirà il prossimo 6/12; (https://www.raiplay.it/guidatv/).

Una profuga cilena in Italia dal 1973 parlava dell’Italia come “madre generosa e solidale”.  E’ una dimensione che oggi la nostra comunità sembra aver

perso o forse solamente dimenticato, quel che dobbiamo fare è non stancarci di smontare con pazienza e comprensione mattone dopo mattone quel muro

dentro il quale alcuni di noi vogliono rinchiuderci.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   

        Dipartimento di 

         studi umanistici

 

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    Testi e bibliografie

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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