Cittadinanza mondiale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

POLITICA INTERNAZIONALE E DELLE MIGRAZIONI

Corso di Laurea magistrale in Storia e società

 

Educazione interculturale e cittadinanza globale 

 

Modelli di integrazione

Le migrazioni sono dei movimenti umani, dei viaggi personali dalle motivazioni più varie che si sommano tra loro seguendo delle

catene informali fino a creare dei flussi umani. Portano con sé delle storie di viaggio, ma anche delle culture che approdano in territori

sconosciuti e li plasmano. Così accade che "la storia dell’immigrazione non è solo la storia delle persone che emigrano ma è anche

la storia dei territori in cui si recano e dell’impatto che hanno sui territori stessi", come ha scritto lo scrittore Thomas Sewell nel suo

libro "Immigrazione e cultura".


L’integrazione, tra i migranti e la società stanziata nel territorio d’arrivo, comporta evidentemente l’incontro tra due culture. Ci sono tanti modi in cui questo

incontro può avvenire e a seconda delle modalità di incontro culturale può definirsi un tipo di convivenza piuttosto che un altro. Le società in cui viviamo

sono il risultato di questo processo, le nostre prospettive future pongono le loro basi su questo processo, la nostra storia e la nostra cultura, che noi

trasmetteremo alle prossime generazioni come identità collettiva nazionale, sono il risultato dell’integrazione, dell’incontro culturale.
L’integrazione è senz’altro un punto importante del fenomeno migratorio e costituisce il punto centrale dello studio dell’immigrazione. Sociologi e studiosi

hanno elaborato delle categorizzazioni basandosi sull’analisi delle diverse modalità di integrazione che storicamente hanno preso piede nei vari paesi del mondo.

Possiamo quindi fare riferimento ai quattro modelli d’integrazione elaborati da questi studiosi, l’assimilazione, il melting-pot, l’integrazione funzionale e lo

scambio culturale: per poi renderci conto che in Italia non vige nessuno di questi modelli e che anzi, forse, non vige alcun modello.


Il modello della assimilazione prevede un completo inserimento dell’immigrato nella società d’arrivo. A lui vengono attribuiti gli stessi diritti e doveri dei

cittadini locali. La sua identità viene equiparata ufficialmente a quella della nazione in cui si stabilisce attraverso un procedimento burocratico che evidentemente

non si traduce in realtà sociale dall’oggi al domani. L’assimilazione vede i singoli come soggetti migranti e non prevede dei diritti comunitari né alcun tipo di riconoscimento alle comunità di origine straniera. Affianco all’assimilazione burocratica andrebbe implementato un programma di riconoscimento culturale

dell’identità dei migranti come singoli e come comunità culturalmente diversi.
Il modello del melting-pot riconosce invece l’esistenza di comunità e di identità altre rispetto a quella nazionale e prevede il loro insediamento senza integrazione

con la comunità originaria. Il rischio è quello di creare dei gruppi sociali isolati segregati in centri territoriali zone che gli appartengono ma tra le quali non c’è comunicazione e se escono dai loro piccoli mondi si sentono di nuovo stranieri.
L’integrazione funzionale è un modello costruito attorno ad una concezione strettamente economica del migrante: forza lavoro. Il suo ruolo nella società viene riconosciuto solo in base al proprio rendimento lavorativo e come tale non prevede un’integrazione culturale né uno stanziamento definitivo. La società

ospitante si preclude quindi la possibilità offerta dalla migrazione dello scambio culturale, quasi a proteggersi.
Il modello dello scambio culturale valorizza invece proprio questo aspetto: la differenza diventa un elemento positivo per la società, di crescita e

contaminazione culturale creativa. I migranti vengono quindi accolti quali portatori di culture altre e nel riconoscimento del relativismo culturale l’incontro

diventa liberamente creativo. Il limite di questo modello sta proprio nella sua spontaneità ed eterogeneità che lo rende particolarmente delicato e difficile

da mettere in pratica a livello nazionale. Questo non significa che sia impossibile piuttosto che sia necessaria una politica unitaria nazionale e inter-nazionale lungimirante e un’educazione sociale e civica affinché possa verificarsi pienamente.

 

L'intercultura nelle scuole

Il tema delle seconde generazioni è di grande rilevanza in Italia, come si apprezza non solo dal crescente interesse mostrato dai media, ma anche dai dati.

Prendendo le statistiche elaborate dall’IDOS nel Dossier Statistico Immigrazione, le seconde generazioni superano il 50% degli alunni stranieri nella scuola italiana: sono l’85% nella scuola dell’infanzia, il 68% nella scuola primaria, il 43% nella secondaria e il 19% nell’università. Secondo i dati raccolti l’attuale composizione della società italiana è il “frutto di un’immigrazione stabile e di lunga durata e ci parla di un mutamento strutturale della società italiana che

richiede risposte altrettanto mature”.
Tale situazione è stata affrontata anche in seno al MIUR, perché evidentemente coinvolge a pieno il sistema scolastico. Nel febbraio del 2014 è stato pubblicato

un documento di valenza nazionale, le “Linee guida per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri”, segno che questo argomento ha un’importanza sempre maggiore per lo Stato Italiano. Al suo interno viene dato forte rilievo alle seconde generazioni poiché viene rilevato che "la trasformazione più significativa

(nella società italiana) è l’aumento degli alunni con cittadinanza non italiana nati in Italia (a fronte dei quali) si riduce il numero dei neo-arrivati".
Nel documento si affronta il nodo dell’educazione scolastica per gli alunni senza cittadinanza italiana, poiché “la legge 1992 sulla cittadinanza, non adatta

all’odierna realtà migratoria… soprattutto per chi (in Italia) vi nasce, cresce, studia, dovendo aspettare la maggiore età per ottenerla”, crea nella scuola un

ampio numero di studenti stranieri italiani.

Seguendo le indicazioni del Consiglio d’Europa, secondo il quale “le lingue sono la base prima, il fondamento, della formazione delle identità individuali e

collettive degli apprendenti”, la guida del MIUR vede “opportunità di confronto intenso tra culture entro le giovani generazioni che vivono nel nostro paese”,

in un “punto di vista diverso su un tema geografico, storico, economico, ecc, e la loro capacità metalinguistica, che nel frattempo ha avuto modo di allenarsi

e che si è affinata”.

La lettura di questa guida ci ha portato ad analizzare la programmazione scolastica nazionale, per capire quali siano nella pratica gli approcci e gli studi che

la scuola italiana propone agli stranieri e agli stranieri italiani. L’ultima programmazione scolastica a livello nazionale risale però al 2012 e non è stata ancora aggiornata in base alla più recente guida. Pur così è interessante notare l’importanza data alla multiculturalità in ognuno dei punti trattati. Il primo capitolo,

intitolato per l’appunto “Per una nuova cittadinanza”, inizia così:


L’obiettivo è quello di valorizzare l’unicità e la singolarità dell’identità culturale di ogni studente. La presenza di bambini e adolescenti con radici culturali

diverse è un fenomeno ormai strutturale e non può più essere considerato episodico: deve trasformarsi in un’opportunità per tutti. Non basta riconoscere e

conservare le diversità preesistenti, nella loro pura e semplice autonomia. Bisogna, invece, sostenere attivamente la loro interazione e la loro integrazione

attraverso la conoscenza della nostra e delle altre culture, in un confronto che non eluda questioni quali le convinzioni religiose, i ruoli familiari, le differenze

di genere.

La guida del 2014 si inserisce quindi a pieno nelle linee configurate due anni prima da questa programmazione. Ma focalizza la propria attenzione soprattutto

sulla valorizzazione della diversità linguistica. In realtà le indicazioni nazionali del 2012 sono di più ampio respiro e propongono un ripensamento completo dell’insegnamento scolastico sotto questa nuova prospettiva. I programmi scolastici innanzi devono essere sempre più interdisciplinari: devono cioè sviluppare

dei collegamenti sempre maggiori tra una materia e l’altra.

La storia in particolare viene scelta come materia di collegamento, perché da un lato serve a consolidare la conoscenza delle tradizioni e della memoria

nazionali: non si possono realizzare appieno le possibilità del presente senza una profonda memoria e condivisione delle radici storiche. D’altro canto la scuola

d’oggi, “deve formare cittadini italiani che siano nello stesso tempo cittadini dell’Europa e del mondo”.
Viene rilevato infatti come “i problemi più importanti che oggi toccano il nostro continente e l’umanità tutta intera non possono essere affrontati e risolti

all’interno dei confini nazionali tradizionali, ma solo attraverso la comprensione di far parte di grandi tradizioni comuni, di un’unica comunità di destino europea

così come di un’unica comunità di destino planetaria”. Argomento quanto mai attuale oggi, cioè a pochi giorni dagli attentati del 13 novembre a Parigi che hanno sconvolto l’opinione pubblica europea e internazionale riaprendo la discussione sulle migrazioni, sulla libertà di circolazione e sull’integrazione sociale con

un’urgenza crescente.
E’ sempre la storia ad acquisire un ruolo di responsabilità a tale scopo:


Perché gli studenti acquisiscano una tale comprensione, è necessario che la scuola li aiuti a mettere in relazione le molteplici esperienze culturali emerse nei diversi spazi e nei diversi tempi della storia europea e della storia dell’umanità. La scuola è luogo in cui il presente è elaborato nell’intreccio tra passato e futuro, tra memoria e progetto.


L’importanza della storia attribuita dalle indicazioni nazionali al nuovo modello educativo multiculturale non è priva di fondamento. La scuola pubblica infatti

serve non solo all’alfabetizzazione ma contribuisce a creare dei soggetti civili: i cittadini. Dei cittadini consapevoli come siamo soliti dire oggi. Tale necessità

nasce inizialmente nell’era delle unificazioni nazionali e della nascita degli Stati moderni quando era necessario creare un retroterra culturale comune in una popolazione che non aveva ancora avuto una storia comune, una storia nazionale appunto. La storia era stata quindi uno strumento fondamentale per

l’educazione e la creazione dei nuovi cittadini ma aveva svolto un’omogeneizzazione culturale per ottenere questo risultato. Oggi che la scuola deve formare

cittadini italiani, ma anche d’Europa e del mondo, come rilevato dalle Indicazioni nazionali, “la scuola può porsi il compito più ampio di educare alla

convivenza proprio attraverso la valorizzazione delle diverse identità e radici culturali di ogni studente”.

 


COMUNICARE LA GLOBALIZZAZIONE

Al di là degli aspetti tecnici, come si fa a proporre una comunicazione efficace, nel contesto della globalizzazione? Come comunicare lo stesso fenomeno della globalizzazione, evitando semplificazioni e ghettizzazioni?
L’esperienza e gli strumenti dell’Educazione allo sviluppo – in parallelo con quelli dell’Educazione interculturale – oggi appaiono inadeguati, e per molti versi

superati: anche perché assistiamo ad una radicalizzazione delle posizioni e a una inadeguatezza, una mancanza di strumenti culturali sempre più evidente ed

allarmante. Dobbiamo probabilmente cominciare a ripensare certe forme un po’ blande di sensibilizzazione attuate finora, e riorganizzare l’intervento formativo

con più decisione, con mezzi, programmi e metodi di maggiore impatto. Bisogna adoperarsi con molto impegno per compiere un grande salto di qualità: e costruire

un paese, e una società civile, in cui l’opinione pubblica e i suoi leader abbiano una diversa consapevolezza di questi temi e acquisiscano gli strumenti

indispensabili per una analisi adeguata.

Possiamo partire imparando a comunicare noi stessi. I new global dicono con felice sintesi che dobbiamo essere noi i media: impadronirci di questa risorsa

essenziale, usarne gli strumenti, gestirne le tecnologie.

In secondo luogo, conquistato il diritto ad essere soggetti dell’informazione, dobbiamo imparare a decostruire il nostro punto di vista, a con-prendere quelli

degli altri, a riconoscere gli altri e la loro diversità nello specchio della nostra stessa identità.
In terzo luogo, se è vero che il mondo è una piazza, dobbiamo puntare ad una comunicazione capace di includere, invece di discriminare ed escludere, di

costruire nuovi nemici, di creare nuovi dannati del villaggio globale. Non rassegnarsi ad uno scontro di civiltà, ma costruire le condizioni per un incontro.

 

 

 

 

 

 

   

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