L'immagine offerta dai media

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

POLITICA INTERNAZIONALE E DELLE MIGRAZIONI

Corso di Laurea magistrale in Storia e società

 

Il ruolo dei mass media: razzismo, pregiudizi, stereotipi 

 

Un rapporto controverso, quello tra media e immigrazione, all'interno del quale è possibile delineare la trasformazione e l’evoluzione dell’immagine del ‘diverso’ nei vari mezzi di comunicazione; analizzare le definizioni e categorie dell’alterità; studiare non soltanto la

rappresentazione che i media propongono degli immigrati, ma anche la crescita dei media gestiti parzialmente o completamente dagli immigrati.

L’immagine dell’immigrazione proposta dai media non aiuta a comprendere il fenomeno, a individuarne dimensioni, problemi e soluzioni, e inserirlo

correttamente nel contesto dei rapporti economici internazionali. Al contrario: l’immigrato, attraverso la rappresentazione che ne fanno stampa e televisione,

diventa il paradigma della diversità: ovvero il modello delle nuove forme di intolleranza, discriminazione, esclusione della società globalizzata.

Si può parlare di un circuito vizioso, che parte e ritorna ai mezzi di comunicazione. Il meccanismo è perverso, ma chiaro: quella che ci giunge attraverso

i media, filtrata da un’attenzione sporadica e superficiale, è una visione distorta e riduttiva dell’immigrato: una equazione che lo identifica con un elemento

di pericolo, di rischio per la comunità. Questa immagine viene riflessa, attraverso la pubblica opinione e i suoi “autorevoli” commentatori, dall’interlocutore

politico: che predispone la sua agenda, e prende quindi le sue decisioni, non sulla base di competenze dirette o ricerche approfondite sul fenomeno, ma a

partire da una conoscenza mediata dai mezzi di comunicazione. Inevitabilmente, l’allarmismo e la criminalizzazione alimentati dai media vengono trasfusi

nelle leggi, “informando” la normativa in senso emergenzialista. Così il circolo vizioso si chiude, l’immagine negativa viene confermata presso l’opinione pubblica.


L’altra faccia di questa retorica allarmistica è l’emarginazione informativa. Alla visibilità, infatti, non corrisponde centralità, e nemmeno fotogenia. Lo straniero

resta ai margini della grande informazione, e personalmente e collettivamente è privo di voce: non ha diritto di parola, se non per impersonare brevemente il “caso umano”. La sua immagine, oltre che sulla presunta devianza criminale, è appiattita sul lavoro – sempre umile e dipendente – e su una stereotipata diversità etnica.

Non ha spessore né individualità – frammentata come è in gesti, luoghi, ruoli sempre uguali. Se, come sembra con sempre maggiore evidenza, sarà proprio

l’informazione il riferimento per la nuova cittadinanza globale, l’immigrato ne sarà privo: ancora una volta, cittadino di serie B.

Cfr. anche l'Immigrato Elettronico

 

LESSICO E NUVOLE

Messicano: “rozzo, volgare, chiassoso, ridicolo”. Indio: “selvaggio, primitivo, cannibale”. Non è un volantino della Lega Nord, ma il dizionario dei sinonimi del

Word 6, il processore di testi della Microsoft, che nella sua versione spagnola contiene queste e altre perle lessicali. Così, mentre "meticcio" - per questo

simpatico dizionario del terzo millennio - è sinonimo di “ibrido, incrociato, bastardo”, occidentale significa invece “bianco, colto, civilizzato”. Se questo è il

linguaggio dei new media, si può immaginare quale sia il lessico diffuso dai vecchi media, giornali e televisione. Per gli immigrati, hanno grande successo termini

coloriti e densi di connotazioni dialettali e blandamente negative come ‘vu’ cumprà’; che poi rimanda alla tradizionale identificazione tra immigrato e braccia da

lavoro che in Germania ha dato luogo al significativo gastarbeiter – lavoratore ospite – che fa ben trasparire l’intenzione di rimandare a casa l’’ospite’ appena

finito il suo lavoro.

In tempi di politically correct si preferisce l’asettico ‘extracomunitario’: che non solo contiene in sé il concetto stesso dell’esclusione; ma che comunque, oltre a

definire per negazione, rafforza l’immagine di un gruppo omogeneo e indistinguibile di ‘diversi’. E' così che i media rafforzano e diffondono certi luoghi comuni, arredamenti di uno spazio mentale angusto, chiuso tra le pareti del pregiudizio, incapace di guardare fuori di sé. E il pregiudizio non alligna soltanto nell'uomo della strada (o nel suo omologo mediatico, la casalinga di Voghera): trova eco anche nell'interlocutore politico , pronto a catturare il consenso dell'opinione pubblica.

Così, se una forza di destra non nasconde la sua omofobia nemmeno nelle esternazioni del suo ingessato segretario, il presidente del maggiore partito della sinistra,

per mostrare tutto il suo disprezzo verso i giornalisti della Sala stampa di Montecitorio, non trova di meglio che definirla "un suq", un mercato arabo.

 

LE CATEGORIE DELL'ALTERITA'

Attraverso quali categorie è filtrata l’immagine dell’Altro nella nostra cultura? Ci riferiamo in questo caso al linguaggio delle immagini, più che a quello delle parole.

In altra sede ne avevamo parlato a proposito delle fotografie che privilegiano gli atteggiamenti passivi delle popolazioni africane; a volte anche la posizione, o l'inquadratura prescelta - per esempio dall'alto in basso - rinforzano una certa immagine di dipendenza, ‘visualizzando’ un determinato tipo di rapporto. La stessa

scelta dei luoghi, di un contesto ambientale piuttosto che di un altro, contribuisce all'appiattimento di persone e cose sugli stereotipi più correnti; proprio come

categorie verbali quali beduino o vu' cumprà appiattiscono popoli del Sud e immigrati a figure unidimensionali, senza spessore, esattamente quelle che ti aspetti di vedere. L'immagine dei neri nei media occidentali (sia che stiano lì, nel loro povero mondo, sia che vivano qui, tra noi bianchi), subisce proprio questa riduzione al

noto, che poi è una specie di mosaico di pezzi fissati nel nostro immaginario: labbroni, pelle, capelli crespi, sederi sodi e altri attributi esagerati, che sembrano avere

la doppia funzione di difenderci dalla diversità, e insieme di riportarla a categorie riconoscibili.

Il diverso, insomma, fa paura. Lo stereotipo assume in questo caso, la funzione di proteggerci, filtrando l'immagine dell'Altro - in particolare, la gente di colore –

proprio attraverso categorie che in qualche modo lo rendano accettabile, o addirittura protagonista della comunicazione di massa. La più antica, sin dai tempi del

"Negro Musical Comic" d'inizio secolo, è la simpatia: la faccia sempre sorridente del pagliaccio, pronto a far ridere il padrone bianco con mille smorfie; il nero

ingenuo e primitivo, che nella storia del consumo ha pubblicizzato cioccolato e dentifrici, ha calcato le scene del music-hall con Cab Calloway, suonato la tromba di

Louis Armstrong, sorriso con i dentoni di Henry Salvador; sempre con la musica nelle vene e il ritmo nel sangue - tanto siamo noi a dirigere l'orchestra.

Roba passata? E la celebre risata di Eddie Murphy, o il simpatico Idris della nostra domenica sportiva, o ancora gli ammiccamenti esagerati del Tartufon?

Ve lo immaginate un cameriere banco in marsina a smorfieggiare per un pubblico di neri?


Altrettanto antica, l’immagine del nero come esotismo e avventura: paesaggi selvaggi, nature incontaminate, giungle pericolose: e poco importa se il nero che vediamo in fotografia, o che abbiamo davanti, è metropolitano e sedentario, scolarizzato e inquinato proprio come noi.

Sul versante femminile, la categoria vincente è la seduzione: da Faccetta nera alla Regina del caffè, da Josephine Baker a Naomi Campbell o alla nostra Cannelle

(la Morositas), l'immagine è sempre quella della disponibilità alla sessualità e al consumo, con una identificazione completa (‘nera e morbida’) tra corpo e prodotto.

Un fascino ambiguo, costituito insieme da elementi di attrazione e da un senso di superiorità che è quasi una forma di disprezzo: primitivi, quindi più liberi. Non sono lontani i tempi in cui era permesso solo il nudo delle donne di colore; e ora ballerine, attrici e modelle nere rinnovano questo fascino aggressivo e sensuale. Anche se

la strana e pur logica schizofrenia che abbiamo già segnalato, non sembra esserci rapporto tra le conturbanti modelle africane e le colf asessuate del mercato sotto casa.


Ugualmente contraddittoria la categoria della potenza: la potenza atletica dei grandi campioni dello sport (Carl Lewis o Ronaldo per la Pirelli, George Weah per un dopobarba), che è uno dei pochissimi ambiti di successo per gli uomini di colore; o la potenza sessuale (corpi d'ebano per un profumo ‘selvaggio’, e guizzanti muscoli

neri per la maschia fragranza della Polo di Ralph Lauren), con il suo risvolto di aggressività e potenziale violenza; o ancora il potere politico, spesso intrecciato con la suggestione di una corruzione spinta fino al cannibalismo (l'imperatore centroafricano Bokassa, o il somalo Siad Barre, soprannominato ‘Bocca larga’).

Insomma il nero è un po’ come la notte: colma di segrete delizie, ma anche pericolosa; aggressività e potenza possono sedurci, ma fanno anche paura - e vanno tenuti

a freno, possibilmente ‘ghettizzati' in settori o in spazi delimitati, come la musica, lo sport, le periferie della città. "Vorrei la pelle nera", ma per ballare la break dance

a Mahattan, senza pagare il pedaggio di una casa soffocante invasa dagli scarafaggi nel Bronx (1). Quella lasciamola ai neri, che forse ci offriranno anche lo spettacolo della rivoluzione, come ai bei tempi del Black Power.


Solo in apparente opposizione - ma in effettiva complementarità - l'ultima categoria, quella della debolezza: l'immagine del povero terzomondiale incapace di pensare

a se stesso, sempre bisognoso della nostra assistenza, dei nostri consigli, dei nostri aiuti umanitari. Così si instaura uno strano legame tra gli indigeni della Del Monte, che un celebre spot rappresenta in attesa del fatidico "sì" dell'uomo in bianco, e i profughi dell'Etiopia o del Rwanda, che nelle lacrimevoli fotografie diffuse dalle Nazioni Unite aspettano i sacchi di riso occidentali per sopravvivere. E si manifesta anche qui una curiosa schizofrenia: per la quale i bambini del Biafra, che con i

ventri gonfi e gli occhi pieni di mosche ci commuovevano fino nel portafogli, una volta cresciuti - quelli che ce la fanno! - e arrivati nel nostro paese, diventano fastidiosi lavavetri, da espellere al primo accenno di pericolosità sociale.


Pregiudizi come filtri per proteggersi dalla diversità, armi per difendersi dalla minaccia di chi pone in discussione quanto abbiamo precariamente conquistato, meccanismi sociali e psicologici per evitare di mettere in crisi la nostra debole identità, costruita sull'esclusione: per fortuna, c'è sempre qualcuno più meridionale

di noi, più nero di noi, più diverso di noi. A Napoli, per stigmatizzare un cafone, uno che viene dalla provincia, dicono: "E' arrivato 'o treno 'e Foggia".


(1) cfr. Alessandro Portelli: Faccetta nera is beautiful, ne “I giorni cantati”, 1987

 

Cfr. anche: Media e migranti, I media europei e la crisi dei rifugiati e la Carta di Idomeni.

 

 

 

 

 

 

   

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