Narborough road, Leicester

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Immigrati italiani in Belgio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gastarbeiter

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

POLITICA INTERNAZIONALE E DELLE MIGRAZIONI

Corso di Laurea magistrale in Storia e società

 

Analisi della società multiculturale

 

Gruppo 3

 

Yuna Coquio      yuna.coquio@hotmail.fr

Luca Galardini    luca.galardini@gmail.com

 

Per iniziare le richerche sulla società multiculturale il Gruppo di lavoro è partito dalla definizione del termine Multiculturalismo: un orientamento politico

e sociologico volto a promuovere il riconoscimento e il rispetto dell’identità linguistica, religiosa e culturale delle diverse componenti etniche presenti

nella società (http://www.treccani.it/enciclopedia/multiculturalismo/).

 

1. I temi dell'analisi

Yuna Coquio, dopo la lettura degli articoli della Rassegna stampa, ha cercato di definire i principali temi che possono rientrare in questa analisi :

Paura della differenza: sembrerebbe un atteggiamento intraseco alla natura umana; tuttavia l'educazione e la sensibilizzazione possono essere importanti

  fattori di evoluzione verso l'accettazione e la volontà di capire e condividere culture
Ruolo dei mass media: onnipresenti nella nostra società, hanno un ruolo essenziale nell'informazione. Occorre quindi dotarsi di uno sguardo critico sulla   

  comunicazione, capace di riconoscere gli stereotipi, la disinformazione, la falsa rappresentazione della realtà - sopratutto quando concerne una realtà

  lontana dal nostro quotidiano, come nel caso di paesi del Sud del mondo, situazioni di crisi o conflitti.
Ruolo della scuola: far prendere coscienza dell'appartenenza ad un "villaggio globale"; uscire dalla ristretta prospettiva dei paesi in cui viviamo per capire

  l'immigrazione e il “melting pot” che si viene a creare anche all'interno dei nostri confini. Far comprendere come i mass media 'costruiscono' l'immagine

  dell'altro favorendo un certo modo di pensare. Dare spazio alle altre culture, alla consapevolezza delle influenze reciproche tra culture diverse, agli elementi

  positivi della globalizzazione.
Ruolo della Chiesa: dare attenzione all'atteggiamento della Chiesa e dell'attuale Pontefice; allo spazio dato all'intercultura, soprattutto nel settore

  dell'accoglienza; e alla centralità dell'aspettto religioso per l'integrazione delle diverse Comunità straniere.
Storia della società multiculturale: una società molto più antica di quanto possa sembrare, risalente alla espansione dell' Europa nel mondo, già a partire dal 500:

  con l'accesso alle culture, alle storie e ai prodotti del mondo intero, la possibilità di nuovi mezzi per viaggiare...Prima che colonialismo e nazionalismo riportassero

  l'Europa a chiudersi si se stessa.
Visione negativa dell'immigrazione: analizzare le ragioni delle posizioni della destra e del populismo contrarie all'immigrazione. Prendere in conto il discorso dello

  scontro delle culture e il suo rapporto con la guerra contro il terrorismo (in particolare islamico); ma anche il contesto della crisi economica, e la conseguente 

  immagine del migrante che ruba il lavoro agli autoctoni. Il legame con una crisi identitaria, culturale, e ideologica tipica dell'attuale periodo di transizione, la

  rimessa in causa di un sistema-mondo obsoleto, che ha generato questi flussi migratori; il ruolo dell'Occidente nelle crisi in Africa e nel Medio Oriente, la crisi

  delle rappresentanze politiche e della stessa democrazia, la crisi dell'identità europea e il ritorno al nazionalismo.
Diversi modelli di integrazione: filosofie diverse d'accoglienza, tra assimilazione e conservazione delle differenze culturali, a volte antagoniste. In Francia, per  

  esempio, c'è un legislazione specifica per gli Algerini, creata in seguito alla decolonizzazione; ma come immaginare un multiculturalismo differenziando una

  comunità dalle altre? Il modello inglese dà spazio al comunitarismo, non senza problemi. Una società multiculturale compiuta forse richiede uguale riconoscimento

  per ciascuna delle comunità presenti in un territorio.

La Coquio ha posto la sua attenzione su due luoghi in Italia dove sembra esserci una certa accettazione, quando non addirittura promozione della multiculturità;

e ne propone alcuni primi elementi di descrizione, da approfondire per aggiungerli alla sua analisi della società multiculturale italiana:

1. Il territorio delle Alpi Apuane ha una struttura d'accoglienza dei migranti molto sviluppata. Son strategieo state messe in atto politiche per attirare nuove

popolazioni per la rivalorizzazione del territorio, sia a livello demografico che economico. Per esempio la Cooperativa sociale Odissea si occupa dell'inserimento

dei migranti (provenienti principalmente dall'Africa subsahariana) nella società locale aiutandoli a livello amministrativo, per ottenere permessi di soggiorno e

di lavoro.

2. In Sicilia, a Palermo, il centro storico - distrutto durante la seconda guerra mondiale e parzialmente non ricostruito - è diventato un luogo veramente multiculturale

con l'arrivo di numerosi migranti dell'Africa, anche perché gli abitanti italiani del centro sono andati nelle periferie. Ci sono molto iniziative per mettere in valore questa ricchezza culturale: per esempio, in ottobre, si è svolto il “Festival delle letturature migranti” che ha l'obiettivo di dar conto del profondo contributo dei

migranti nel panorama attuale.

2. Il caso di Leicester

La Coquio ha anche analizzato il caso della città di Leicester, considerata una delle più 'multiculturali' della Gran Bretagna:

Leicester è una delle città le più povere d'Inghilterra: nel 2011 meno della metà della popolazione (320mila persone) si dichiarava britannica. È un esempio

molto significativo della situazione in Gran Bretagna, e dell'applicazione concreta del cosiddetto modello inglese.

La rivoluzione industriale ha attratto un notevole flusso migratorio nel Paese: i migranti di paesi più poveri sono stati attirati dalla crescita economica, ma

anche dalla facilità d'integrazione proposta da un paese che sembrava accettare tutte le culture; un Paese dove sembra possibile salvaguardare tutto che

costituisce la cultura di una persona, dalla cucina alla maniera di vestirsi, dalla religione alla lingua. D'altra parte, questo finisce per incoraggiare il comunitarismo,

che sembra impedire una reale integrazione tre le cultura del Paese ospite e le culture arrivate da altre parti del mondo.

Un articolo della "Repubblica" descrive un modello di multiculturalità 'ideale' con un servizio dedicato a una strada di  Leicester, Narborough road, che vede

presenti ben 24 nazionalità nella stessa via. Con negozi e botteghe di cinque continenti diversi, la strada è descritta come “un antidoto agli allarmi europei sugli stranieri”, la manifestazione vivente e pacifica dei fenomeni più grandi di questo tempo: la globalizzazione e l'immigrazione.

É opportuno naturalmente vedere anche i limiti di questa esperienza: Leicester sembra un modello di integrazione ben realizzato: ma non si può dire lo stesso per

altre parti della Gran Bretagna e ancora meno per altre parti d'Europa. La recente Brexit mostra i limiti di questa integrazione, che è limitata ad alcuni poli urbani.

La crisi economica divide la popolazione, e in modo particolare pesa sulla classe lavoratrice, che vede i suoi interessi messi in pericolo dalla concorrenza degli immigrati. Anche a Leicester la povertà ha una colore: bianca. In effetto la popolazione d'origine inglese è la più povera è registra i peggiori risultati scolastici.

Una recente inchiesta del National Center for Social Research ha mostrato che per il 45% degli inglesi il pluralismo religioso è un motivo di decadenza

per il paese e la religione è un fattore di divisione. Un altro articolo denuncia divisioni interne anche alle stesse comunità, per esempio tra africani che nel passato

non si definivano in base alla loro religione ma alla loro provenienza. Oggi questo è rimesso in causa: e sembra essere l'espressione dell'antica politica coloniale

inglese: dividere per regnare meglio.

 

3. La sfida dell'Islam ai piedi del Colosseo

    “Libertà di preghiera anche per noi”

La mobilitazione di numerosi musulmani a Roma nell'ottobre 2016, per pregare e mostrare la loro indignazione di non poter farlo in posti appropriati, rivela un problema di gestione dell'immigrazione, ma anche la profonda difficoltà di costruire una società multiculturale in Italia.
C'è bisogno di creare un legame tra lo Stato e la comunità musulmana, per esempio riconoscendo un rappresentante dei Musulmani italiani. Ciò faciliterebbe

il dialogo e l'accettazione culturale delle populazione con altre fedi, ma anche la produzione di una legislazione adeguata. In effetti la mancanza di iniziativa politica

a livello nazionale si traduce in problemi a livello locale tra le popolazioni e il potere centrale. Non favorire la creazione di luoghi di culto adeguati può portare a

divisioni anche all'interno della popolazione musulmana, cosa che una rappresentanza unitaria e riconosciuta potrebbe impedire.
La chiusura delle moschee o il rifiuto di costruirne è il simbolo di un integrazione difficile, che può creare situazioni di radicalizzazione, o quanto meno di ripiego comunitario. Questo si incrocia anche con il tema del terrorismo e lo schema della « religione del nemico », incoraggiato dalla Lega Nord: che stigmatizza le rivendicazioni dei musulmani italiani e immigrati. La mancanza di luoghi di preghiera incoraggia la creazione di luoghi di culto improvvisati e così fuori da ogni

controllo. L'Italia si trova in una situazione poco dignitosa per un paese dove la libertà e pluralità religiosa sono iscritte nella stessa Costituzione.
Un anno fa, dopo gli avvenimenti di Parigi, i musulmani del'Italia, in accordo con lo Stato, hanno dichiarato la loro condanna del terrorismo islamico, con il sostegno

della Coreis italiana (COmunità REligione Islamica), che ha potuto così accreditarsi come mediatore. Questa mobilitazione ha anche dismostrato che ci sono molti personaggi riconosciuti dalla comunità musulmana in Italia che potrebbero avere un ruolo molto importante in questi tempi. Un anno dopo purtroppo i problemi sono rimasti gli stessi e il dialogo non è ancora partito veramente.
Speriamo che sia raggiunta un'intesa tra lo Stato italiano e le comunità musulmane, oltre a quelle di altre fedi, anche per impedire divisioni all'interno stesso dei musulmani, che rappresentano diverse culture e nazionalità suscettibili di rivendicare - a ragione - i propri diritti fondamentali.

(Cfr. anche "La Repubblica", sabato 22 ottobre 2016)

 

4. Il caso del Belgio

Luca Galardini ha fatto una interessante ricerca sul caso del Belgio, paese di grande immigrazione, analizzando il rapporto tra la società locale e le Comunità

straniere.

La ricerca si è concentrata sulla situazione dell’immigrazione e della gestione dell’integrazione in Belgio, con i suoi successi e fallimenti.

Naturalmente il piccolo paese del Benelux ha soltanto un ruolo di secondo piano nella politica internazionale dell’immigrazione: ma è vero anche che localmente l’immigrazione è al centro di grandi dibattiti, come dimostra la controversia che oppose nel 2013 l’allora Ministra dell’immigrazione Maggie DeBlock e alcuni

rifugiati afghani che chiedevano asilo politico; e sicuramente c’è stato un notevole aumento di arrivo di migranti negli ultimi anni, tra i quali anche gruppi di persone che raggiungono le città portuarie della Fiandra con la speranza di imbarcarsi per il Regno Unito. Ma tali eventi non sono specifici del Belgio, e si ritrovano in altri paesi europei con dimensioni persino maggiori (come, ad esempio, la cosiddetta “Giungla” di Calais, un campo insalubre nel quale vivevano migliaia di migranti

che  speravano di raggiungere la Gran Bretagna).


Allora perché dedicare la nostra attenzione al piccolo Belgio? La risposta è semplice: per poter avere una visione generale ma approfondita dell’integrazione multiculturale nel cuore politico dell’Europa; capire le modalità di relazione tra indigeni di un territorio e i nuovi arrivati. Ma se vogliamo veramente capire

l’impatto culturale che può avere l’immigrazione, non dobbiamo concentrarci né su un solo territorio né su una sola epoca. Perché, ricordiamolo, l’immigrazione

non è un fatto recente ed ha sempre creato problemi e contrapposizioni: se volessimo tornare indietro nel tempo, potremmo risalire al Seicento, quando gli italiani immigrati in Francia erano disprezzati, nonostante il successo della loro “Commedia dell’Arte”.                                                                                                Concentriamoci piuttosto sulla situazione dell’immigrazione nel corso dei ultimi cinquant’anni, e lasciamo da parte il Belgio per dedicare la nostra attenzione alla situazione europea in generale. Tutti i paesi europei sono colpiti dall’immigrazione, ma su scala diversa – dai paesi mediterranei, con massici arrivi di immigrati,

a quelli dell’Est che hanno pochissime richieste di asilo; e con politiche completamente opposte, che vanno dall’apertura della Germania, che si è dotata di

numerosi strumenti di integrazione, alla politica di chiusura dell’Ungheria, che non vuole neanche permettere ai immigrati di attraversare le sue frontiere.


Analizzare la situazione di tutti i paesi del Vecchio continente è dunque un compito molto complesso; ma possiamo comunque parlare del caso dell’Italia, che

insieme alla Grecia e alla Spagna è il paese con il più alto tasso di arrivo di immigrati del continente, per via di essere al centro del Mediterraneo, con territori,

come Lampedusa, molto vicini alla costa africana. L’Italia ha dovuto affrontare problemi di integrazione già negli anni 50’-60’, quando non c’erano ancora afflussi rilevanti dal Sud del mondo: gli italiani del Nord dimostravano un notevole razzismo nei confronti dei loro compatrioti meridionali che risalivano il paese in cerca

di lavoro. “Non affittiamo a meridionali” si scriveva sulle case di città come Milano o Torino. Oggi l’Italia non riesce a gestire facilmente l’immigrazione, e

personalità italiane d’origine straniera, come il calciatore Mario Barwuah Balotelli, sono abbastanza rare e non hanno l’unanime consenso del paese come è

accaduto con i cantanti italiani in Belgio.


La situazione della Francia è simile a quella del Belgio ed è ancora più significativa: infatti, essendo stato un importante impero coloniale e avendo mantenuto

fino agli anni ’60 il controllo della “vicina” Algeria, non c’è da sorprendersi di ritrovarvi un'importante comunità maghrebina e sub-sahariana, con figure che

(come in Belgio) arrivano ad una fama nazionale: pensiamo ad esempio all’attore Omar Sy, vincitore di un César, vissuto come orgoglio nazionale. Ciononostante permangono forti discrepanze culturali, e il paese, patria dei diritti dell’uomo, si trova a dover far fronte a una crisi d’identità soprattutto delle seconde o terze generazioni d'immigrati. Giovani che nonostante il modello di integrazione 'assimilazionista' tipico della cultura locale, si sentono ancora esclusi dalla società

francese: e sono tentati da un ritorno alle origini, soprattutto religiose, non senza rischi di estremizzazione. E diventa difficile distinguere tra la rivendicazione delle proprie caratteristiche culturali e l'odio (gli attentatori de Bataclan e di Charlie Hebdo erano sicuramente dei terroristi da fermare, ma il burkini deve essere considerato contrario ai valori laici e di libertà della Repubblica o accettato come una semplice espressione culturale?”): creando un circolo vizioso di diffidenza

tra le comunità straniere e i francesi, che sembrano avvicinarsi alle posizioni della destra. Diffidenza che si riflette anche in altri campi: se è vero che non abbiamo

più film scopertamente razzisti come “Moktar ha rubato la moto”, di sicuro l’uso massiccio di stereotipi e di termini come “baraki” che ritroviamo in diversi film

(come il film belga “Les Barons”) conferma, se non odio, almeno il desiderio di distinguersi dai "non francesi".


Nel Regno Unito, dove alcuni movimenti d’estrema destra chiamano alla “difesa della pura razza anglosassone”,  il desiderio di fermare una volta per tutte l’immigrazione ha giocato un ruolo importante nella vittoria della “Brexit”. Oggi, Londra e altre grande città economica del Regno contengono quartieri-ghetto di indiani e pakistani, con mercati, abitazioni e contesti sociali simili a quelli dei paesi orientali: situazioni come quelle narrate nel film “Fish and Chips”, ambientato

negli anni 70,’ (dove un pakistano sposato con una inglese mette a rischio l’unità della famiglia per la sua ossessione di mantenere le tradizioni del suo paese,

mentre i suoi figli sono più interessati al modo di vita locale nel quale sono cresciuti) non sono situazioni fantastiche ma reali. Allo stesso tempo l’elezione di Sadiq

Khan – anche lui di origine pakistana – come nuovo sindaco della capitale dimostra l’integrazione crescente dei “non-anglosassoni” che vivono in Gran Bretagna.

La presenza delle culture straniere ha finito per influenzare la stessa cultura inglese: un esempio un po’ particolare è è quello degli “skinheads”: questi ragazzi, conosciuti soprattutto per alcuni gruppi neonazisti al loro interno, sono in realtà i discendenti dei “rude boys”, una moda jamaicana, che si diffuse in Inghilterra

negli anni ’60 e che divenne ben presto un movimento di un certo peso nelle classi popolari e operaie dei giovani inglesi, soprattutto nella crisi degli anni ’70

e durante il governo thatcheriano.


Malgrado questi esempi, non dobbiamo cadere nella trappola dei nostri giornali e pensare che soltanto l’Europa sia colpita da questo problema. Abbiamo tutti

sentito parlare della campagna elettorale di Donald Trump, che prometteva tra l’altro una massiccia espulsione alla frontiera di milioni di persone di origine

ispaniche; chi s’interessa della situazione del Pacifico sarà a conoscenza del fatto che numerosi australiani hanno protestato contro il proprio governo per la

durezza con cui impedisce l’accesso agli immigrati, specialmente quelli di origini indonesiane o indiane.

Potremmo pensare che l’immigrazione colpisca soprattutto i paesi sviluppati del cosiddetto Nord del mondo: ma allora cosa pensare della situazione in Africa,

per esempilo in Uganda, “piccolo” paese centro-africano che accoglie milioni di rifugiati idal vicino Sud-Sudan in guerra? E che non solo non li rinvia indietro,

ma offre loro anche dei terreni da lavorare e delle scuole per imparare un mestiere: diventando così un “modello di umanità e di integrazione” secondo la stessa Organizzazione delle nazioni unite? Certo, la politica di questo paese africano non è perfetta, e comincia a conoscere i primi limiti (polemiche della popolazione,

terre limitate e aumento dei rifugiati): ma rimane comunque un contrasto evidente con chi parla di impossibilità dell'integrazione.

In conclusione di questa breve analisi, ci ritroviamo con la sfida di capire fino a quali limiti possiamo pretendere che arrivi l’integrazione dei immigrati: dobbiamo abbandonare l’idea secondo la quale gli stranieri rinunceranno spontaneamente ad ogni tratto del loro paese di origine; nonché l’ipocrisia di dire che se essi ci

riescono avranno migliori possibilità di vita nel paese di accoglienza. D’altro canto, gli immigrati stessi devono capire che il paese di accoglienza possiede i propri valori e e le proprie leggi, e che non si può obbligarlo – in nome del rispetto delle culture dei nuovi arrivati – a cambiarle. Una frase che potrebbe essere una chiave

per questo problema di mutua comprensione potrebbe essere il detto ebraico “Dina demakhouta dina”, ossia “La legge del paese è la legge”: che invita gli stranieri

a rispettare i costumi e le regole del paese d'arrivo, pur mantenendo la propria tradizione nella vita personale. Ma forse questo finirebbe soltanto per rimandare problemi più profondi, che coinvolgono anche l’economia e i rapporti sociali, problemi che non possiamo risolvere senza comprenderli nella loro globalità.

5. Strumenti e luoghi dell'integrazione (Yuno Coquio)

Oggi è necessario un particolare sforzo pedagogico per migliorare l'accettazione della multiculturalità. È di primaria importanza considerare l'altro non in o

pposizione, ma nell'interazione con l'io. Possiamo parlare di una pedagogia multiculturale, volto a riconoscere e valorizzare le differenze: il rispetto dell'altro,

il confronto con le differenti culture, l'integrazione nella diversità sono temi centrali nella nostra società complessa e multiculturale e dovrebbro costituire una opportunità di arricchimento reciproco.
Ci sono molti luoghi dell'integrazione attivi nella nostra nsocietà: i servizi di accoglienza e inclusione, le istituzioni scolastiche, i servizi sociali, i luoghi di

formazione informale e di socializzazione, gli spazi dell'iniziativa sociale. Questi luoghi compongono la base cruciale di una democrazia pluralista e inclusiva.

Una buona integrazione richiede condizioni materiali ma anche riconoscimento della culture, delle identità delle diverse comunità. Implica anche la necessità

di stabilire connessioni tra servizi differenti, per una responsabilità condivisa e un lavoro di rete capace di rispondere ai diversi bisogni delle persone.

Attraverso politiche sociali attive (favorendo l'apprendimento della lingua, la formazione professionale, la ricerca di abitazioni), attività di mediazione e

animazione per coinvolgere i migranti (cfr. sotto il paragrafo sullo spettacolo "No Hamlet Please"), reti tra attori solidaristici, singoli cittadini, rapprensentanti

politici e istituzioni locali.

 

6. Tipologia dei modelli d'integrazione in Europa

Modello assimilizionista (caso francese): idealmente le forme di integrazione degli immigrati nella società vengono regolate dal principio repubblicano di

“eguaglianza” tra gli individui, che impone di subordinare richieste di riconoscimento di diritti collettivi e trattamenti differenziati nei confronti delle

appartenenze culturali a criteri universali riferibili alla cittadinanza francese, superando cosi specificità legate a singole tradizioni, religioni, linguaggi.

In questa prospettiva, il percorso di integrazione sociale dei nuovi arrivati consiste essenzialmente nella progressiva acquisizione delle forme della cittadinanza francese, con la piena e totale accetazione ad agire nella sfera pubblica nel quadro di regole condivise. Una tale prospettiva si basa sul principio di laicità,

per il quale nello spazio pubblico è assenza di un'ideologia dominante a favore di un'equidistanza tra le diverse posizioni culturali e religiose : si determina

una forte separazioni tra le dimensione pubblica, nella quale vige l'eguaglianza tra i cittadini, e quella pivata nella quale ciascun cittadino puo conservare comportamenti e linguaggi culturalmente connotati.
Nella realità l'assimilazione è un processo sociale di convergenze dei comportamenti in un rapporto assimetrico tra la società d'accoglienza e i nuovi arrivati. Cambiamenti di comportamento sono attesi. Fernand Braudel, un storico francese, ha scritto che sé l'assimilazione è stata la via francese di “l'immigrazione

senza dolore”, ha anchèescritto che gli immigati e le generazione di dopo hanno contribuito a dare une nuova complessità nella cultura francese. I matrimoni

misti sono per esempio decisivi. Sé la Francia paga ancora le conseguenze di questa politica oggi, l'insieme dei partiti preferisce una strategia multiculturale,

eccetto il Front National (destra estrema e razzista), e riconoscono il fallimento delle politiche assimilassioniste.


Modello pluralista (caso della Gran Bretagna): prevede che lo Stato svolga unicamente il ruolo di mediatore tra gruppi culturali differenti, che stabiliscono

accordi e contratti l'uno con l'altro in modo da assicurare una convivenza efficace. In questa ottica, ai singoli gruppi culturali viene concessa una forte autonomia,

che si esplica nella possibilità di conservare un certo grado di differenza, da manifestare anche nello spazio pubblico, nel rispetto delle regole democratiche.

La società britannica sia storicamente multiculturale e impiega specifiche strategie per conservare una precisa differenziazione sociale ed economica.

I gruppi culturali che non rispondono a specifici parametri di natura linguistica e culturale vengono resi sistematicamente “altri”. Per ampi dettagli vedere

l'analisi sul caso di Leicester.


Modello di “istituzionalizzazione della precarità” (caso della Germania) : ha impostato una politica di immigrazione intesa esclusivamente come ricorso

sistematico all'importazione di manodopera straniera, sottolineando il carattere temporaneo del fenomeno migratorio, con una particolare attenzione al controllo

di tale presenza anche per assicurarne la flessibilità. Soprattutto a partire degli anni 70 del Novecento, si sviluppa una doppia strategia costituita da una politica

di integrazione degli immigrati già presenti sul territorio da molti anni e che hanno maturato diritti di soggiorno, di lavoro e di ricongiunmento familiare, insieme

a misure di agevolazione del ritorno degli ultimi arrivati e di forte limitazione degli ingressi. La legge sulla cittadinanza del 1999 introduce l'importante elemento

dello ius soli in un contesto tradizionalmente regolato in base allo ius sanguinis. Il non volere riconoscere il carattere permanente del fenomeno migratorio in Germania trova ragione proprio nell'interesse a garantire il “controllo” per un conveniente utilizzo nel mercato del lavoro.


Il modello italiano: l'Italia è un soggetto importante del'immigrazione oggi, per la sua posizione geografica in prossimità delle maggiori vie di transito tra

l'Africa, il Medio-Oriente e l'Europa. Tuttavia la maggiore parte dei migranti non vogliono rimanere in Italia, ma seguitare la loro strada verso il Nord, la

Germania, la Francia, il Regno Unito o la Scandinavia. Ma tuttavia il loro numero resta importante: e ciò dà spazio alle lamentele dei partiti di estrema destra,

per esempio in Lombardia. Numerose ricerche hanno messo in luce come ad un'elevata qualità delle persone immigrate corrisponda in Italia un basso

posizionamento nella gerarchia sociale e del lavoro. C'è un problema di mobilità degli immigrati nel processo di inserimento lavorativo.                                               Quale progetto per l'Italia ?
Individuare il modello di integrazione interculturale della scuola italiana in principi e linee di azione che fanno riferimento a una modalità organizzativa di

accoglienza, integrazione e intercultura con una doppia ottica educativa : non soltanto indirizzata ai neo arrivati ma anche agli autoctoni. L'inclusione

va perseguita attraverso la costruzione di forme di integrazione sociale rispettose, all'interno di un contesto di apprendimento comune per italiani e stranieri.

Ne deriva una visione interazionista dell'integrazione, che si traduce nell'acquisizione di competenze (ad esempio, quelle linguistiche) che possono essere utili

anche fuori della scuola. La nozione di integrazione assume così un connotato di globalità, che si esprime attraverso la possibilità di ricomporre la propria

storia, lingua e appartenenza in un processo dinamico di cambiamento e di confronto, che consenta a ciascuno di svilupparsi a partire da cio che è; senza, da una

parte, essere ostaggio delle proprie origine culturali, e dall'altra dover negare riferimenti della propria identità o differenza per essere accettato e accolto.

Questo può essere il progetto pedagogico appropriato per la situazione italiana di oggi. Per gli immigrati adulti, è necessario di fare riferimento ai luoghi e agli

spazi sopra indicati, che sono la base di una buona integrazione.

Per esempio, nello spettacolo “No Hamlet please”, il regista Riccardo Vannuccini ha lavorato con una compagnia teatrale di rifugiati (Refugee theatre company)

in collaborazione con gli attori del Teatro di Roma. In 70 minuti presentano una performance tra teatro e coregrafia, con testi in italiano, in francese, in

tedesco e nella lingua natale dei rifugiati presenti, che parla proprio dei temi del nostro corso : l'immigrazione, l'arrivo in un paese straniero, il mondo globalizzato

e la distribuzione ineguale delle ricchezze. Il risultato è molto coinvolgente, anche per  i riferimenti alla drtammatica realtà dei nostri giorni: c'è per esempio una

scena in cui una donna corre con un bicchiere d'acqua, seguita da tutti gli altri morti di sete. Lei finisce per bere il bicchiere davanti a degli occhi pietrificati.

Il teatro può essere uno strumento d'integrazione molto interessante, mescolando le parole, l'espressione di sé e la cultura.


Riflessione sull'etnocentrismo


L'etnocentrismo è un atteggiamento caratterizzato da una differenziazione qualitativa tra la cultura di appartenenza e quella degli altri; ma anche una rivendicazione più o meno forte della superiorità della propria cultura, che implica la classificazione delle culture altre in un'unica categoria.  Può essere esemplificato dalla

evoluzione delle carte geografiche, e in particolare dei planisferi, dal modello di Mercatore (XVI secolo) a quello di Arno Peters (1973): nel primo, l'Europa è al

centro e appare più grande di come sia veramente; nel secondo le proporzioni sono conformi alla realtà, e i continenti africani, americani e asiatici ritrovano la loro dimensione reciproca. In effetti l'Europa nell'età della modernita ma anche contemporanea fine alla decolonisazione si è centrata su sé senza vedere il resto del mondo altremente che per le sue rissorce economiche, comprendando la mano d'opera schiavista africana e americana (Cfr. F. Remotti, “Etnocentrismo”, s.v. in Enciclopedia delle Scienze Sociali, vol. II).
Se prima l'etnocentrismo escludeva sulla base del razzismo oggi si manifesta su una base culturalista che possiamo definire come une caracteristica aggiornata del razzismo. Va incontro alla società multiculturale, proponando un modello universalisto centralisato su una sola cultura (che puo essere quella del'Occidente, o di un paese in particolare, ma anche quella del islamismo radicale nella dichotomia preponderante di oggi). La realisazione di una società multiculturale con un dialogo tra le culture è la riposta apropriata, sopratutto in un mondo che vede emergere sempre crescenti fondamentalismi.
I conflitti tra culture possono essere risolti solo dal riconoscimento della diversità come una valore socio-politico e dalla communicazione. Una società multiculturale è una società politica in cui non c'è un identità dominante, ma ci sono almeno due con diritti eguali. Possiamo distinguere due tipi di società multiculturale : quelle con minoranze da sempre (Libano, Svizerra o il Belgio), o quelle in cui il fenomeno del'immigrazione ha introdutto nuove culture, identità che gli migranti aspirano a salvaguadare (Germania, Italia, Francia, Regno Unito). In questo secondo tipo la trasformazione politica è necessaria per intergrire nel dialogo nuove problematiche senza istituire una cultura dominante. Spesso, la neutralità statale e il non-agire dei politici tiene lonatano le culture della sfera politica nel primo caso, nel secondo la cultura dominante fa sentire la sua voce piu alta o di maniera monopolitica. È necessario di implicare tutte le componenti della società nel dialogo politico e sociale, con la communicazione e l'accesso a l'informazione, per amigliorare i diritti democratici della populazione immigrata su più generazioni. Questo implica anchè un cambiamento della maniera di s'informare e la rimessa in causa di monopoli mediatici internazionali e occidentali chi nascondano la realtà, particolarmente delle condizioni di vita nei paesi sorgenti del'immigrazione (CNN per esempio). Una società multiculturale non richiede uno Stato indifferente ma uno Stato imparziale : istituzioni politiche che non escludano della deliberazione pubblica gli argomenti religiosi o identitari. Richiede sopratutto una communicazione tra gli uni e gli altri.

Per finire un estratto che mi sembra interessante per avere una riflessione completa sulla società multiculturale ma anche l'immigrazione che non è limitate ai flussi di rifugiati che possiamo osservare, ma anchè a delle migrazione di studi e di lavoro di alta competenza. L'inegualità è qui clamorosa.

La grande migrazione, Enzensberger
“Quanto più elevata è la qualifica degli immigrati, tanto minori sono i pregiudizi nutriti nei loro riguardi. L'astrofisico indiano, il grande architetto cinese, il Premio Nobel sudafricano sono benvenuti in tutto il mondo. Dei ricchi in questo contesto non si parla del resto mai : nessuno mette in dubbio la loro libertà di movimento. Per gli uomini d'affari di Hong Kong l'acquisto di un passaporto britannico non è certo un problema. Anche il diritto di cittadinanza svizzera per gli immigrati di qualsivoglia Paese di origine, è solo una questione di prezzo. Nessuno se l'è mai presa per il colore della pelle del sultano del Brunei. Dove il conto in banca è a posto, l'odio per gli stranieri svanisce come per miracolo. É gente che non conosce più razze ed è superiore a ogni nazionalismo. Presumbilmente sono gli unici al mondo ad essere alieni da ogni pregiudizio. Gli stranieri sono tanto più stranieri quanto più sono poveri.”

Fonti

– Il spectacolo “No Hamlet Please” della Refugee Theatre Company, di Riccardo Vannuccini
– L’Antenna e il baobab – i dannati del villaggio globale (Cap.I) di Massimo Ghirelli, Ed. SEI, 2005
– “Le parole chiave della pedagogia interculturale, temi e problemi nella società multiculturale”, M. Catarci e E. Macinai
– “La società multicultrale come società politica”, Francesco Viola, Università di Palermo

 

Bibliografia

Articolo “A summary history of immigration to Britain” pubblicato sul sito web “Migration Watch UK"

al link https://www.migrationwatchuk.org/briefing-paper/48.

Articolo “De Block: “Bezetting Afghanen is emotionele chantage””, pubblicato il 09/09/13 da Joris Truyts sul sito web Deredactie.be

(http://deredactie.be/cm/vrtnieuws) al link http://deredactie.be/cm/vrtnieuws/regio/brussel/1.1724876

Articolo “Donald Trump plans to immediately deport 2 million to 3 millon undocumented immigrants”, pubblicato da Amy B Wang

sul sito web “The Washington Post” il 14/11/2016

al link https://www.washingtonpost.com/news/donald-trump-plans-to-immediately-deport-2-to-3-million-undocumented-immigrants/?utm_term=.25def2612cf7

Articolo “Full text: Donald Trump immigration speech in Arizona” pubblicato il 31/08/2016 sul sito web “Politico"

al link http://www.politico.com/story/2016/08/donald-trump-immigration-address-transcript-227614

Articolo “Hondertal Afghanen protesteert aan Kabinet Maggie De Block”, pubblicato il 13/09/2013 sul sito web “Deredactie.be

al link http://deredactie.be/cm/vrtnieuws/regio/brussel/1.1728055#)

Articoli del sito web francese "Tetue.net", intitolati “Origine du mouvement Skinhead (dicembre 2001,

link su http://www.tetue.net/origines-du-mouvement-skinhead), “Le mouvement skinhead après 1977” (dicembre 2001,

link su http://www.tetue.net/le-mouvement-skinhead-apres-1977), “Pour ne plus confondre Skinhead et extrême-droite” (gennaio 2002,

link su http://www.tetue.net/pour-ne-plus-confondre-skinhead-et-extreme-droite),

“Skinhead Girl canzone di Symarip del 1970(pubblicato nel giugno 2005, http://www.tetue.net/skinhead-girl-symarip).

Articolo “Nouvelles villes d’accueil des réfugiés: Bruges inquiète, Ostende Prête”, pubblicato il 18/10/2015 sul sito web “.Le Vif"

al link http://www.levif.be/actualite/belgique/nouvelles-villes-

Conto-reso “Profil d’opération 2015 – Ouganda”, pubblicato dall’UNHCR (United Nation Refugee Agency) (http://www.unhcr.org/fr/)

al link http://www.unhcr.org/fr/uga.html.

Pagina Wikipedia francese “Jungle de Calais” ( https://fr.wikipedia.org/wiki/Jungle_de_Calais)

Pagina Wikipedia francese “Omar Sy” ( https://fr.wikipedia.org/wiki/Omar_Sy)

Pagina Wikipedia inglese “Historical immigration to Great Britain” (https://en.wikipedia.org/wiki/Historical_immigration_to_Great_Britain)

Pagina Wikipedia italiana “Mario Balotelli” (https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Balotelli)

 

Filmografia

“Fish and Chips” di Damien O’Donnel, 1999, Regno-Unito, pagina Allociné al link http://www.allocine.fr/film/fichefilm_gen_cfilm=21053.html

“Les Barons” di Nabil Ben Yadir, 2009, Belgio & Francia, pagimna IMDB al link http://www.imdb.com/title/tt1547638/

“This is England”, di Shane Meadows, 2006, Regno-Unito, pagina IMDb al link http://www.imdb.com/title/tt0480025/?ref_=nv_sr_1

 

Documenti Pdf

“Chasse aux immigrants à Ostende”, scaricabile al link http://www.liberte-algerie.com/radar/chasse-aux-immigrants-illegaux-a-ostende-96246/pprint/1

“Pay for the Wall” scaricabile al link https://assets.donaldjtrump.com/Pay_for_the_Wall.pdf ,

a partire della sezione “Immigration” (https://www.donaldjtrump.com/policies/immigration) del sito di programma elettorale di Donald TrumpTrump Pence Make America Great Again! 2016” (https://www.donaldjtrump.com/)

“Uganda Monthly Refugee Statistics Update [February 2016] UNHCR” scaricabile

al link file:///C:/Users/HP/Downloads/201602_UgandaInfo-graphMonthlyRefugeeStatisticsUpdate.pdf

 

 

 

L'INTEGRAZIONE POSSIBILE

Immaginate...

La società multiculturale non ha sede nelle accademie, negli istituti di ricerca, nei salotti degli intellettuali; la società multiculturale nasce dal basso: prende
corpo quotidianamente, sotto i nostri occhi spesso distratti, nei luoghi privi di identità dove transita la folla metropolitana – ipermercati, stazioni, sottopassaggi,
antiche piazze che hanno riconvertito la loro destinazione d’uso; nei territori più emarginati della nostra economia sociale, nelle periferie, nell’underground del
lavoro informale, nel contatto con gli strati più deboli, meno garantiti, spesso meno colti della nostra società.
E’ lì che ha luogo l’incontro, e talora – comprensibilmente, visto il disagio che li accomuna – lo scontro tra vecchi e nuovi cittadini. La colf peruviana chiacchiera
con il portiere del condominio, il lavapiatti egiziano litiga con il cameriere della pizzeria; il musicista di strada diventa il confidente della vecchietta che passa ogni mattina nei corridoi della metropolitana.
E poi ci sono anche altri luoghi – i “luoghi cerniera” che individuava Laura Balbo, studiando accoglienza e rifiuto dello straniero – dove l’incontro propone già
stimoli culturalmente più evidenti, e ugualmente significativi: la scuola, innanzi tutto, con percentuali sempre più alte di bambini “esteri”, e sempre più frequenti interventi interculturali; i servizi sociali, che cominciano ad attrezzarsi, individuando nuovi ruoli di mediazione culturale verso l’utenza immigrata; alcuni luoghi
di lavoro, dove la sindacalizzazione gioca una funzione non secondaria, fornendo un linguaggio comune di diritti e rivendicazioni. E infine, ma non meno importanti,
i luoghi di culto, le occasioni festive e conviviali, le manifestazioni culturali e artistiche.


In questo processo di maturazione in senso multiculturale è essenziale fornire condizioni e strumenti di conservazione delle identità; promuovere la valorizzazione
dei diversi patrimoni culturali, indispensabili per compensare lo sradicamento e gli aspetti più traumatici dell’emigrazione; offrire, sostenendo gli artisti e gli
uomini di cultura e le espressioni letterarie o artistiche dei nuovi cittadini, aperture sui costumi, i sapori, i colori, i suoni, le immagini delle culture di provenienza
delle comunità immigrate..

Non è solo “colore”, e nemmeno soltanto mercato, una nuova occasione di consumo. E’ una penetrazione nel tessuto cittadino – nelle grandi e nelle piccole città,
dove la presenza straniera anche se meno numerosa non è meno significativa – che lo modifica gradualmente in direzione di una pluralità che ci sprovincializza, avvicinandoci alle società europee più mature. Il timore di una perdita di coesione culturale non ha fondamento: sia perché a certi livelli è soltanto un mito, cui corrisponde, nella realtà, una storia di incontri, scontri e contaminazioni profonde; sia perché la prospettiva più realistica – e stimolante – è quella della costruzione
di una cittadinanza basata sul consenso e la partecipazione, non sull’esclusione. Quella che abbiamo all’orizzonte è una cultura comune, frutto di un cammino da percorrere insieme.

Provate a immaginare un paese dove il mercato del lavoro è così dinamico e aperto che gli immigrati, che costituiscono circa il quattro per cento della forza lavoro, coprono il dieci per cento delle nuove assunzioni; e con i loro contributi allo Stato, i contributi regolari di quasi due milioni di persone attive nei servizi, nell’edilizia,

nei trasporti, nelle industrie meccaniche, nel tessile, nelle manifatture, danno un sostegno indispensabile alle pensioni di tutti i cittadini.
Un paese, pensate, dove il valore dei diritti e il senso della rappresentanza e della democrazia sono così sentiti, che oltre la metà dei lavoratori stranieri sono
iscritti al sindacato; dove lo spazio e lo spirito di iniziativa sono così diffusi, che ci sono oltre centomila immigrati titolari di imprese. Un paese dove, nonostante
la novità, l’impatto e le diffidenze dovute alla diversità di lingua, pelle, religione e cultura, i matrimoni misti crescono continuamente, e oltre diecimila nuove coppie uniscono ogni anno uomini e donne di diversa provenienza ed origine. Un paese, insomma, dove - nonostante la presenza di molti timori e qualche tensione - la formazione di nuove famiglie miste, i ricongiungimenti con le famiglie del paese d’origine, la nascita e la scolarizzazione di tanti bambini, la regolarizzazione nel
lavoro, la partecipazione alle forme di rappresentanza sindacale e politica, la creazione di nuove imprese, il contributo all’incremento demografico e alle spese previdenziali, il supporto in tutti i principali settori dell’economia, compresi settori delicati come la sanità o i servizi alle persone, forniscono un quadro positivo
e rassicurante.

Quel paese esiste, e si chiama Italia. L’Italia che emerge dalle statistiche, dai numeri e dai dati, ma anche dalle ricerche, dalle esperienze e dalle testimonianze:
un paese che si sta avviando – se non interverranno misure contraddittorie ad ostacolarne il cammino, se non prevarranno i pregiudizi e le paure – a forme di
convivenza ragionevoli e rispettose delle molteplici identità di una società sempre più multietnica.

 

Vedi anche : Eurocentrismo, Analisi di mappe e libri di testo, Intercultura nelle scuole  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   

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