Politica europea sulle migrazioni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

POLITICA INTERNAZIONALE E DELLE MIGRAZIONI

Corso di Laurea magistrale in Storia e società  2018/2019

 

L’Europa senza una politica dell’immigrazione

 

Sono migliaia le donne, gli uomini e i bambini che in tutti questi anni, giorno dopo giorno, hanno perso la vita cercando di attraversare

frontiere di mari, di fiumi e di terre per la speranza di una vita migliore in Italia e in Europa.

Un’Europa sorda alle richieste di libertà e democrazia dei popoli che si affacciano sul suo stesso mare; cieca di fronte all’opportunità

di costruire con quei paesi un rapporto diverso, meno intriso di pregiudizi e di miope sfruttamento, e finalmente capace di comprendere

il ruolo che potrebbe – nella prospettiva dell’interdipendenza – giocare da protagonista nel Mediterraneo.

La Germania che allontana la Turchia dall’Unione europea e dall’Occidente, per poi riempirla di euro per tenersi i profughi siriani;

la Francia che si lancia ipocritamente a sostegno dei ribelli libici (e del loro petrolio); la Spagna che blinda i suoi confini con il vicino Maghreb; la nostra Italia che disperde – prima con le blandizie, poi con la faccia dura verso gli stessi tiranni che aveva abbracciato – il patrimonio di amicizia e favore del mondo arabo, a partire dalla Tunisia e dalla Libia.

E poi la vergogna di pagare i governi dei paesi più poveri per indurli a bloccare ai confini i propri figli in cerca un futuro migliore; la

vergogna di non provare nemmeno a tendere una mano verso gli uomini e le donne di quei barconi, sperando che affondino prima di raggiungere le nostre sponde; la vergogna di respingerli dove sappiamo che saranno imprigionati o uccisi, giocando cinicamente a

scaricabarile con un’Europa incapace di assumersi responsabilità comuni, di guardarsi allo specchio, di riconoscersi unita. Di trovare

la propria identità negli stessi valori per cui tanti disperati sperano di raggiungerla: valori ai quali – sotto la spinta di una crisi che

prima d’essere economica è soprattutto culturale e morale – finisce per rinunciare, pur di alzare muri a difesa dei propri residui privilegi...

La vergogna di guardarli sparire lentamente sotto il pelo dell’acqua, di vederli morire d’Europa.

 

 

I paradossi europei sulle migrazioni

Negli ultimi anni l’Unione Europea (UE) ha accelerato la revisione dei suoi rapporti con i paesi terzi in campo migratorio: dal Piano de La Valletta del

novembre 2015 alla comunicazione sul Nuovo Quadro Partenariale. In questa corsa “revisionistica” sono evidenti sempre di più alcuni paradossi

che mettono in pericolo il senso della cooperazione allo sviluppo e più in generale una politica estera europea fondata sul cosiddetto civilian power.

Il primo evidente paradosso è che l’Unione europea nei trattati è presentata come un faro dei valori umanistici, dei diritti umani, e quindi anche dell’accoglienza, mentre nella pratica è incapace di solidarietà. Incapace di solidarietà verso chi fugge dalle guerre. Incapace di solidarietà interna tra i paesi membri, visto che la ricollocazione non è messa in atto, e che con il regolamento di Dublino si lasciano Grecia e Italia da sole nel gestire le richieste di asilo (la riforma proposta dalla Commissione è assolutamente insufficiente). Incapace di solidarietà esterna verso i paesi vicini e lontani, visto che i finanziamenti reali per la cooperazione sono

poco significativi (ricordiamo i 1,8 miliardi di euro del Trust Fund per l’Africa, che, divisi per tutti i paesi coinvolti e per 5 anni, fanno all’incirca 20 milioni

di euro all’anno per ogni singolo paese, una cifra ridicola).

E a quest’ultimi riguardo si può evidenziare un secondo paradosso: Il Trust Fund è nominato di emergenza sulle migrazioni, quando invece la questione è di

carattere strutturale di lungo periodo. Continuiamo a trattare le crisi in modo emergenziale, quindi con soluzioni tampone, mentre non sviluppiamo sistemi

istituzionali e rapporti internazionali di carattere strutturale. Le risposte devono riguardare le cause profonde: povertà, disuguaglianza, sfruttamento delle

persone e dell’ambiente. Ed in effetti il Piano de La Valletta le indica, e parte del Trust Fund è speso su questi problemi, ma, oltre che in modo insufficiente,

si può aggiungere anche in modo incoerente, e qui veniamo al terzo fondamentale paradosso.

Il terzo paradosso: da un lato l’Unione chiede ai Paesi terzi più cooperazione per gestire le migrazioni, magari con un po’ di più risorse, mentre dall’altro impone condizionalità e la firma accordi di partenariato economico e di libero scambio che mettono in crisi le produzioni e quindi l’occupazione locale, generando nuove

spinte all’emigrazione, così come continua ad essere blanda nell’imporre regole sui movimenti di capitali, contro i paradisi off-shore e le fughe di capitali.

Manca coerenza, ma soprattutto non si mette in discussione il modello di sviluppo che genera disuguaglianze, insicurezza umana, precarietà, e quindi

migrazioni, che vengono invece facilitate quando sono funzionali allo stesso sistema.

L’incapacità, ma meglio si dovrebbe dire, assenza di volontà politica tra gli Stati membri, di solidarietà interna si scarica all’esterno sulle spalle già provate

dei Paesi terzi, pensiamo ad esempio al Libano che ospita oltre 1 milione di rifugiati su una popolazione totale di 4 milioni di abitanti.

Per salvare Schengen, la mobilità dentro all’Unione, si rafforzano le frontiere esterne: chiaro esempio è il recente trattato UE-Turchia; ma ancor di più si esternalizzano il controllo e il freno alle migrazioni.

E' di questi giorni (dicembre 2018) un importante incontro per il Global Migration Compact (al quale, incredibilmente, non sarà presente l'Italia, come ha

deciso il Ministro Salvini).  L'incontro parte dagli accordi-compact con alcuni paesi chiave, come l’Etiopia, il Niger, la Nigeria, e in prospettiva la Libia, ma

ùanche l’Iraq e l’Iran, per rafforzare le loro frontiere in modo da fermare le migrazioni verso l’Europa.

Ma per ora sembra di restare in una prospettiva di relazioni internazionali frammentate, fondate su interessi di corto respiro, senza una visione e principi

comuni.

Vedremo i risultati del nuovo accordo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   

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