MEDIA E MONDO ARABO

dalle Torri gemelle alla Primavera araba

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I social network

 

I social network sono alla base di una rivoluzione che ha cambiato il volto del modo arabo, o sono solo un semplice strumento della cosiddetta primavera araba?

Usati per denunciare i regimi e portare alla ribalta le rivoluzioni che hanno scosso il mondo arabo nel 2011, i social network sono stati considerati una vera e propria novità, sia per l’impatto che hanno avuto a livello mediatico, ma soprattutto perché sono stati gli unici mezzi (o quasi) attraverso i quali le popolazioni hanno potuto gridare al resto del mondo una verità che, altrimenti, sarebbe stata sotterrata dalla violenza e dalla censura.

Le piattaforme utilizzate sono state principalmente Facebook e Twitter, che, grazie alla loro immediatezza e facilità di accesso e trasmissione a livello internazionale, hanno  reso possibile l’organizzazione della protesta (si pensi al sit-in del 25 gennaio 2011 a Piazza Tahir, al Cairo); ma anche la diffusione virale dei materiali dei blogger, che spronavano il popolo a scendere in piazza, e di filmati realizzati in strada con i cellulari, che hanno testimoniato con forza, per la prima volta, la realtà di quei paesi, dopo lunghi anni di silenzio imposto dalla dura censura dell’informazione, strumento intrinseco e indispensabile ai regimi autoritari.

I social network, dunque, sono stati sì importanti, ma come strumenti, usati sapientemente da una giovane generazione araba che ha deciso di imporsi sulla scena mondiale, che ha stupito l’Occidente, abituato a guardare ad essa con occhi pieni di pregiudizi e luoghi comuni, con la richiesta di verità, libertà e democrazia . (cfr.la ricerca Il ruolo dei social network nelle rivolte arabe, del Centro Studi Universitari)

 

Facebook

Un articolo de La Repubblica, “Hassan e i ragazzi del 17 febbraio, le voci della protesta che sfida

il potere del Colonnello”  (19 febbraio 2011), mette il evidenza l’importanza dei social network,

come strumento fondamentale della primavera araba.

Guerrera intervista Hassan Al Djami, giovane di Bengasi, che seppur scappato dal suo paese, rimane fiducioso e attivo per un suo ritorno in Libia. Questo trentenne è il creatore di un gruppo su Facebook chiamato “17 febbraio, il giorno della rabbia”, che in pochissime ore ha raggiunto oltre 30mila iscritti. Con il gruppo, Hassan voleva proprio aiutare i suoi concittadini a superare la censura e far emergere la voce

di chi urlava la propria voglia di libertà per le strade. L’ articolo parte da un paragone con Weal Ghonim, blogger egiziano, dando subito l’ idea di un movimento di massa che sta coinvolgendo tutta l’ Africa

del Nord. Il tono di Hassan Al Djami è duro, molto critico contro il regime istaurato da Gheddafi;

ma il ragazzo è anche fiducioso sulla possibilità di rientra in patria, tanto che lavora ogni giorno per

questo scopo.

Ho scelto questo articolo perché nonostante si focalizzasse sulla Libia, mette in luce, tramite le parole

del blogger, la continuità della rivoluzione araba e in particolare l’importanza dei social network in

questo momento. L’uso di questi nuovi mezzi di comunicazione ha giocato un ruolo fondamentale

nella presa di coscienza delle giovani generazioni, che si sono abituate al libero scambio e

alla condivisione delle idee: e di conseguenza non possono più tollerare regimi che al contrario cercano

di bloccare (con scarsi risultati) la rete e i movimenti di protesta che con essa sono nati.

Infine è interessante notare come Facebook e Twitter siano stati presi a bandiera della libertà anche

da persone che probabilmente non li utilizzeranno mai ma che hanno già capito che il pensiero,

la comunicazione e la libertà passano anche per Internet.                                       (Giulia Bettelli)

Iscrizioni a Facebook durante le proteste:

Fonte Elaborazione CeSi

 

Twitter

Un lungo articolo a tutta pagina, a cui fa da cornice uno sfondo nero su cui spiccano solo i puntini rossi e blu che testimoniano l’influenza che gli utenti di Twitter hanno avuto, gli uni sugli altri, nei giorni della rivolta egiziana. E grande in alto il titolo "Egitto", a cui si sovrappone ‘Egypt Influence Network’, e la spiegazione dei mille puntini collegati fra loro.
E’ questa la prima cosa che colpisce nell'articolo di Donatella Della Ratta - studiosa del tema - subito seguito da una frase a fondo pagina ‘La rete da sola non fa le rivoluzioni’, e immediatamente sopra una frase che poi si scoprirà tratta dall’articolo, che introduce al tema vero e proprio trattato in esso: la tecnologia ha radici ben salde anche nel mondo arabo. La scelta di questi elementi pone al centro la questione Twitter, l’importanza di questo (e altri) social network nei primi mesi del 2011, e allo stesso tempo la nega, rendendo interessante la questione, e invitando a leggere per poter capire dove si vuole arrivare.

Fin dalle prime righe Della Ratta ci fa immergere nel mondo virtuale, con una terminologia da ‘addetti ai lavori’; da ciò traspare l’intenzione di far capire che lei se ne intende e che si rivolge a chi sappia cos’è un hashtag, un re-tweet, un geekfest. E’ forse questa la pecca di un articolo che spicca tra gli altri come una mosca bianca, dato che solitamente Twitter, Facebook, e la blogosfera in generale vengono solo citati per attirare attenzione, ma non si dedica ad essi più chei poche righe. Invece la giornalista, in questo caso, ci guida fra i social network partendo dall’inizio, da quando gli attivisti politici arabi hanno iniziato ad usarli, più di cinque anni fa, per poi mostrarci come sono cresciuti, come viaggiavano le loro notizie nella rete; in che modo rendevano reali le loro parole virtuali, e ci rende partecipi degli incontri periodici, dei ‘techie’, dove i giovani si incontravano.

Ed è proprio sui giovani che si sofferma, su quel 65% della popolazione araba con meno di 25 anni, quell’èlite tecnologica, parafrasando le sue parole, che involontariamente ha saputo creare un panarabismo tecnologico e non ideologico. Sono molti i nomi degli attivisti che cita, i casi di arresti, i movimenti nati negli ultimi anni e negli ultimi mesi (soprattutto egiziani), proprio per dimostrare quanto questi ‘piccoli pezzi liberamentee connessi’ abbiamo fatto, e possano continuare a fare, la differenza.
Arriva dunque al centro della questione: la rete da sola non fa le rivoluzione, ma porta al cambiamento sociale.

In conclusione l'autrice cita un suo contatto Twitter, autore della mappa grafica che fa da sfondo al suo articolo, e si chiede se davvero Internet ha questo potere, se davvero, come era scritto sui muri di Amman qualche anno fa, ‘Internet è vita’. L’articolo ci dice indubbiamente di sì, e sembra rispondere alle tante voci che non reputano la rete capace di fare la rivoluzione. Da sola no.        (Giorgia Campilani)

Grafico degli utenti di Twitter in Egitto, Tunisia e Yemen, e crescita dei Tweets sulla crisi nel gennaio 2011:

infografica twitter egitto Come gli Egiziani Hanno Usato Twitter Durante la Crisi Politica [Infografica]

 

 

 

 

 

 

   

GRUPPO DI LAVORO

      

      Giorgia Campilani

                                

      

            Giulia Bettelli

     

           Luca Teofilatto

                                       

        Virginia Leonetti

 

 

    Blog e social netwok

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

     La rivoluzione non

         si farà su Twitter

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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