Immagine (falsa) della morte di Osama

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MEDIA E MONDO ARABO

dalle Torri gemelle alla Primavera araba

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La morte di Osama Bin Laden

Alle 00:05 del 2 maggio 2011,nelle prime ore dopo mezzanotte, data ed ora del fuso orario del

Pakistan, i i Navy Seals (le forze speciali della marina statunitense) conducono un'azione ad

Abbottabad, vicino ad Islamabad, presso il rifugio di Bin Laden - individuato grazie ad un'operazione

di intelligence condotta fin dall'agosto dell'anno precedente - e lo uccidono in un

conflitto a fuoco. Nella stessa notte del 1º maggio 2011 (fuso orario di Washington, ove non è

ancora passata la mezzanotte), il Presidente degli Stati Uniti d'America, che ha seguito l'intera

operazione attraverso microcamere poste sugli elmetti dei militari, ne annuncia la morte.

 

Una morte mediatica

La morte di Bin Laden risulta, nell’estrema semplificazione offerta dai mass media e dai media internazionali, la fine di un’epopea, la vittoria del buono sui cattivi. Osama, più di tutti, aveva dipinto intenzionalmente se stesso con l’ottica del nemico, del diverso da epurare e castigare, contribuendo ad un appiattimento generale del discorso.

Con la fine biologica e simbolica di Bin Laden finisce quello che dal New York Times è stato definito come Binladenismo, una tendenza mediatica caratterizzata da semplificazione, collusione di nascosti interessi internazionali e dalla convinzione dell’Occidente di poter rimanere al “centro del mondo” per ancora molto tempo, senza che altri eventi potessero scalfirlo. Ma la fine del Binladenismo, porta anche ad una radicale riflessione sulla comunicazione e , in particolar modo, sulla sua cattiva gestione nelle prime ore successive alla morte del leader di Al-Qaeda. La “fibrillazione mediatica” ha travolto il Paese che ha inventato Internet: “… non ha saputo far fronte a tutte le notizie incontrollate che hanno intasato la rete, alimentando l’annosa teoria del complotto” (Unità), soprattutto dovuta alle contraddittorie dichiarazioni compiute dal Pentagono: numerosi sono i siti che pongono in serio dubbio la morte di Bin Laden o, addirittura, l’esistenza dello stesso negli ultimi dieci anni. Come se fosse sempre stato un simulacro, un’evidente invenzione. Quindi una morte che mediaticamente rinsalda i legami con il passato e interroga sull’uso del filo mediatico.

Innanzitutto, la morte di Bin Laden è ascrivibile al rango di media ritual, non solo dunque per la potenziale audience, globale appunto, ma anche per il significato antropologico e politico che chiude in se stessa. Nei media rituals si producono due tipi di gerarchie: una legata alle gerarchia politica (riferita in particolar modo alle forze del ‘biopotere’: matrimonio, raduni di massa, condanne a morte) e un’altra legata invece al potere di comunicazione detenuto dai media generalisti rispetto ai new media. Il media ritual deve essere perciò rappresentato da tutti i media, ma è rito solo se i media 'mainstream' fanno rete tra loro: il rituale finisce perciò nel costituire una categoria simbolica che dà significato, attribuisce scala e valori, impone i reciproci rapporti di forza all’interno delle gerarchie globali.

Così , si possono analizzare l’uccisione dello sceicco (e i particolari ‘comici’ del viagra e dei porno ritrovati presso il rifugio di Abbottabad) e l’occultamento del suo cadavere come chiari codici di una diffusa percezione di giustizia. Ritorniamo perciò all’analisi di McLuhan secondo il quale “il medium è il messaggio”. I media non suscitano davvero delle novità, ma confermano, emettono qualcosa che è diffuso; “massaggiano”. È proprio la particolare struttura comunicativa di ogni medium che lo rende non neutrale, perché essa suscita negli utenti-spettatori determinati comportamenti e modi di pensare e porta alla formazione di una certa forma mentis.

A questo punto bisogna analizzare il rapporto che esiste tra i media ‘tradizionali’ e quelli definiti come nuovi, in particolare i cosiddetti social media. L’impostazione, all’interno dell’ ‘Osama affaire’, è stata giocata sul chi prima pubblica la notizia. In realtà l’analisi è molto più complessa e non scontata: ci si deve reinterrogare sulla qualità della notizia e sul modo in cui interagiscono media che, nel cliché comune, vengono ancora considerati alternativi. I social network non hanno “battuto” la notizia (come affermato da Vanity Fair), più semplicemente l’hanno amplificata in maniera, tra l’altro, frammentaria e superficiale. Ritornando, al tweeter che descriveva (involontariamente) l’operazione, forse è vero che è arrivato prima, ma, effettivamente, non ha dato qualità, approfondimento alla notizia. Proprio qui è la chiave: il cosiddetto “giornalismo ovunque” indica il fenomeno secondo cui l’informazione non è più accentrata in un’unica fonte; tuttavia ci deve anche far riflettere come, in ogni modo, la professionalizzazione non sia da negare o archiviare. Piuttosto bisogna pensare la rete come un valore aggiunto: il modello di  youreporter  dà un’informazione che è diretta, ma non necessariamente problematica, approfondita, ‘lavorata’. Si ritorna sulla falsa proposizione tra informazione ‘buona’ e ‘cattiva’.

 

La morte di Bin Laden e la Primavera araba

Da Presseurop si può leggere: “L'uccisione del leader di Al Qaeda è un evento simbolico, ma la sua fine politica era già stata decretata dalle rivoluzioni nel mondo arabo”. Sostanzialmente, la primavera araba rompe la compattezza con cui l’immaginario collettivo aveva ricostruito il mondo arabo stesso. Il vero comunicato di decesso si è avuto dagli slogan dei manifestanti nelle piazze di Tunisi e il Cairo: una dirompente richiesta di democrazia che ha cancellato in un colpo di spugna l’ideologia del Binladenismo. Le rivolte, infatti, non celebrano l’islamismo o un ritorno ad un califfato, ma chiedono l’esercizio dei diritti democratici che è garantito nella sponda nord del Mediterraneo.

“Mentre l’impatto simbolico della notizia ha provocato un’attività frenetica dei mezzi d’informazione occidentali, nella maggior parte delle società musulmane e del sud del mondo la copertura è stata molto più contenuta”, scrive Tariq Ramadan dal The Guardian. È l’avvisaglia delle contrastanti reazioni da cui è stata attraversata un’entità tutt’altro che omogenea per un evento che è innanzitutto statunitense e, più in generale, occidentale.Sicuramente, poi, c’é un’altra parte che noncondivide questi sentimenti. Manifestazioni pubbliche e religiose sonoavvenute per esempio in Palestina, in Somalia e Yemen, in espressione di cordoglio e sostegno ad Al-Qaeda, una minoranza di fronte al resto.

Ma aggiunge lo stesso Ramandan: “È arrivato il momento di trattare l’estremismo violento per quello che è: l’opera di piccoli gruppi che non rappresentano né l’Islam né i musulmani, atteggiamenti politici devianti che non hanno alcuna credibilità presso la maggioranza delle società musulmane”. I giovani tunisini, egiziani , libici e siriani stanno chiedendo due valori , libertà e democrazia, che non appartengono certo alla scuola jihadista di Al-Qaeda.

Il problema quindi sarà eliminare attraverso la prassi storica quei miti che sono appartenuti alla propaganda binladenista , che proprio gli Stati Uniti contribuiscono a sostenerli. Tale tesi antiamericanista si percepisce in un articolo apparso sul quotidiano egiziano Al-Yawm al-Sabi dove leggiamo che: “La morte di Bin Laden non è la morte di al-Qaeda. Bin Laden non aveva il controllo di tutta l’organizzazione: ci sono cellule locali, regionali, organizzazioni in Marocco, negli stati del Golfo, in Iraq, Somalia, Afghanistan, Pakistan, oltre che in Europa e negli Stati Uniti: al Qaeda non si fermerà”. Parole pesanti, accompagnate dalla tesi secondo cui l’uccisione di Bin Laden è una mera “questione di propaganda, per aiutare il presidente americano Barack Obama ad essere rieletto”.

Tali tesi egiziane sono peraltro suffragate da quelle zone arabe legate a movimenti estremisti come Libano e Siria. La stessa organizzazione Al-Qaeda fa appello alle primavere arabe affinché affermino

l’ “autentico Islam”. Ayman al Zawahiri “spera che la rivoluzione araba possa stabilire un islam autentico, con governi fondati sulla sharia”. Tale appello ovviamente rimane vanificato, tanto più se si adotta l’analisi compiuta dal Corriere della sera secondo cui la primavera araba, nella sua complessa strutturazione politica e sociale, ha la radice profonda e ultima proprio nella pietra angolare di inizio millennio: gli attentati negli Stati Uniti. Scrive Antonio Ferrari: “quella tragedia ha prodotto un lento terremoto nelle coscienze di ciascuno, soprattutto nei paesi arabi”. La morte di Bin Laden e le primavere arabe sono, come si sostiene nell’articolo, la riscossa di quell’area più laica delle varie correnti islamiche che finalmente arrivano ad interrogarsi in maniera ‘popolare’ sul rapporto tra Stato e potere religioso.

Come scrive Bernardo Valli (La Repubblica, 4-05-2011, I nuovi eroi della primavera araba contro il vecchio fanatismo) “è come se gli yankees e jihadisti hanno perduto la guerra insieme”. Le primavere arabe, infatti, sottolineano due questioni che corrono parallele, incontrandosi alla fine: le guerre in Iraq e in Afghanistan appaiono sempre più dispotiche e lontane senza la creazione di una coerente soluzione politica e, tanto più, il binladenismo non è riuscito a mostrarsi come una concreta proposta politica che, di fatto, ha allontanato le masse. Continua Valli: “Osama Bin Laden non ha sconfitto nessuno. Con i suoi atti di terrorismo, con le sue minacce, ha seminato morte e paura. E ha soprattutto alimentato l´immobilismo di società giovani e impazienti. Perché al fine di controllarlo le potenze occidentali hanno finanziato i raìs incaricati di tenere a bada lui, Osama, e i suoi uomini” e conclude “L´arabo Osama è stato insomma "ucciso" dagli arabi”.

 

Commento

Bin Laden, nome che oramai ha perso molto del suo significato, è un prodotto occidentale, che si voglia o meno. Penso che il giubilo delle persone sia nato da un senso di liberazione che deve fare i conti con il sistema occidentale stesso. Sostanzialmente ci troviamo a combattere con i fantasmi del nostro modo di produrre, agire, concepire il mondo come strumento per un interesse di pochi. La semplificazione che ne è stata alla base, non fa che ribadire questo.
Quella di Osama è a mio parere una farsa congegnata che ha fornito un buon alibi per operazioni tutt’altro che lecite e che, tutt’ora, continua a coprire interessi mai esplicitamente dichiarati. I festeggiamenti e le operazioni di rielaborazione idilliaca del passato fanno riferimento al desiderio statunitense e, per derivazione, occidentale, di rimanere saldamente al centro del mondo.
Certo un capro espiatorio, per quanto atroce fosse stata la sua operazione, che sia esistito o meno, faceva comodo. Le rivolte arabe sono un fenomeno complesso che non si costruirà, come vorremmo, nell’arco di un anno. In fondo abbiamo conquistato la nostra democrazia in Italia, e neanche in maniera completa e matura, nemmeno dopo duemila anni dopo la nascita di Cristo.
Si può e si deve ‘pilotare’ lo sviluppo di questi sistemi, ma in maniera costruttiva: applicando in maniera rigorosa quei diritti stilati nella Dichiarazione dei Diritti Umani del 1948 e della Carta di Nizza del 2000, mettendo fine al fastidioso doppiopesismo che è regola nelle relazioni internazionali.

                                                                                                                             (Marco De Cave)

 

 

 

 

 

 

   

 

    La vita di Bin Laden

 

 Copertine per la morte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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